ottobre 04, 2011

Giornata Champagne 2011

Sul treno, di ritorno dalla "Giornata Champagne 2011", di oggi 4 ottobre, è difficile buttare giù, nero su bianco (e con tutto questo alcol in corpo...) le prime impressioni su una kermesse che è sempre eccezionale. Un appuntamento immancabile, come sempre di altissimo livello, organizzato in maniera impeccabile. E' bello essere diventato, in questi anni di collaborazione, amico di Elena, di Domenico, direttore del CIVC di Milano, e di Simone, senza ombra di dubbio: arrivare in albergo, vedere gli ospiti scalpitare per dimostrare di essere tra la lista degli invitati-accreditati ed entrare senza problemi, non dover passare dalle hostess per avere il badge-cartellino di riconoscimento, è impagabile. Sono soddisfazioni.
La location è, come sempre, elegantissima. Dopo il Palazzo del Ghiaccio di Milano nel 2008, la sala Diana della Reggia di Venaria nel 2009, quest'anno è toccato al lussuoso Hotel Principe di Savoia essere la sede dell'esclusiva manifestazione.
Un po' di numeri: 54 maisons, 150 cuvées circa tra sans année, millesimati e rosé, 1421 presenze con un'affluenza continua dalle 12 alle 19.
Già dopo il 7° assaggio, ho perso qualsiasi percezione sensitiva: olfatto e gusto anestetizzati. E' un po' come quando si entra in profumeria, dopo l'ennesimo spruzzo dell'ennesima fragranza, non ci si ricorda più quale ci piaceva all'inizio e non si sa più quale comprare. Il mio approccio è sempre sbagliato alla fine dei conti, di certo non è quello dello pseudo-intenditore snob che commenta ad alta voce "No, per carità, il Clicquot non lo assaggio!". L'ho sentito con le mie orecchie tra i buffet. Oppure del finto specialista che si rivolge a me dicendomi: "Quando si assaggia il vino non bisognerebbe mettersi il profumo!". Fortunatamente per lui, non ero ancora abbastanza ubriaco da abdicare alle buone maniere, infatti ho replicato, non guardandolo neanche negli occhi, ma girandomi di spalle: "Ma me lo sono spruzzato alle 7 di stamattina ed è "Fierce" di Abercrombie...
Ecco, dopo un po' di degustazioni, gli champagne mi sembrano tutti caldi, piatti, senza bollicine, marsalati; così ogni volta finisco per apprezzare, sempre e solo, Veuve Clicquot, Taittinger, Moët e Mumm, quelli cioè che la maggior parte degli addetti ai lavori considera "dozzinali". I piccoli produttori, i récoltants, sono un mondo tutto da esplorare e un pozzo di capsule particolari da collezionare. Tutto qui. I veri competenti in materia prendevano minuziosamente appunti sul carnet e, di certo, scrivevano di sensazioni olfattive, di profumi di mora di bosco, di miele di acacia, di ciliegio in fiore o di sentori di burro della brioche appena sfornata. Io non ce la faccio. Non sarò uno vero esperto allora?
Il mio accostamento al vino rimane ancora molto tradizionalista: preferisco andare sul sicuro e non correre rischi. Dopo aver assaggiato, nell'ultimo decennio, un'infinità di cuvées diverse, compresa quella prestigiosa di Salon, uno degli champagnes più esclusivi del mondo, torno ai miei vecchi amori, a quelli che non mi deludono mai.
Lo champagne come metafora della vita? Bien sûr.






































































































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