dicembre 06, 2011

"Fidelio" di Beethoven al Teatro Regio di Torino (6 dicembre 2011)












L'unica opera lirica di Beethoven, in scena dopo anni di oblio, non veniva rappresentata sui palcoscenici italiani dal 1984. Quindi stasera l'occasione era particolarmente ghiotta e sentita proprio perché eccezionale. Non conoscendo il tedesco, la lettura del traduttore elettronico, in qualche modo, distraeva e deconcentrava dall'immedesimazione. Ci si trovava calati, però, in un'ambientazione "vecchio stile", seppur abbastanza minimal, dalla scenografia mastodontica e immutabile, per i due atti dell'intera recita. La storia si svolge in un milieu livido e grigio che ricorda una fabbrica o una miniera. Mentre è, in realtà, una prigione: memorabile e attesissimo il "Coro dei prigionieri".
Verso la fine del secondo atto, durante la liberazione del marito, la scena si sposta sulla sinistra e si concentra, con un gioco di fari puntato sulla grata, sulla liberazione del marito della protagonista. Per poi concludersi di nuovo al centro del palco per il gran finale.
Trionfa la giustizia; la forza d'animo che, non scevra dall'aiuto tangenziale della Provvidenza e di Dio-guida e spinta propulsiva dell'uomo, ma mai protagonista della vicenda, conduce l'essere umano alla salvezza, smascherando e punendo il carnefice, definitivamente. Un eroismo che scaturisce da una vita normale.
Il "Fidelio", soggetto tratto da Léonore ou l'amour conjugal di Jean-Nicolas Bouilly, è un dramma di passione e libertà che, per Beethoven, fu una sorta di work in progress; se non che, il gioco di equivoci nato dai necessari mascheramenti en travesti della protagonista (Leonore vestita da Fidelio è amata da una donna, ma ama (ancora abbigliata con vestiti maschili un uomo, anche se quest'ultimo non la vede perché nascosto dalla penombra della cella) per liberare l'amato ingiustamente imprigionato, lo inscrivano a tutti gli effetti nell'alveo delle commedie dal retrogusto amaro, penoso e tragico, tuttavia a lieto fine.
Dal profondo del XVIII secolo, in cui il musicista compose l'opera con l'aiuto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke. i quali scrissero il testo, fino alla fine del 2011 la storia, più che mai attuale, sembra comunicarci che nulla è cambiato: le carceri sono sovraffollate, forse anche di innocenti, e piene di uomini che vivono in condizioni pietose e disumane.

"Oh, dolce, inesprimibile gioia!"
Leonore 

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