ottobre 15, 2012

Cibi da evitare

Il suo animo tristo s’esplicava soprattutto nella cucina. Era
bravissima nel cucinare, perché non le mancava né la diligenza né la
fantasia, doti prime d’ogni cuoca, ma dove metteva le mani lei non si
sapeva che sorprese mai potessero arrivarci in tavola: certi crostini di
paté, aveva preparato una volta, fìnissimi a dire il vero, di fegato di
topo, e non ce l’aveva detto che quando li avevamo mangiati e trovati
buoni; per non dire delle zampe di cavalletta, quelle di dietro, dure e
seghettate, mes-se a mosaico su una torta; e i codini di porco arrostiti
come fossero ciambelle; e quella volta che fece cuocere un porcospino
intero, con tutte le spine, chissà perché, certo solo per farci
impressione quando si sollevò il coprivivande, perché neanche lei, che
pure mangiava sempre ogni razza di roba che avesse preparato, lo
volle assaggiare, ancorché fosse un porcospino cucciolo, rosa, certo
tenero.
Infatti, molta di questa sua orrenda cucina era studiata solo per la
figura, più che per il piacere di farci gustare insieme a lei cibi dai
sapori raccapriccianti. Erano, questi piatti di Battista, delle opere di
finissima oraferia animale o vegetale: teste di cavolfiore con orecchie
di lepre poste su un colletto di pelo di lepre; o una testa di porco dalla
cui bocca usciva, come cacciasse fuori la lingua, un’aragosta rossa, e
l’aragosta nelle pinze teneva la lingua del maiale come se glie l’avesse
strappata. Poi le lumache: era riuscita a decapitare non so quante
lumache, e le teste, quelle teste di cavallucci molli molli, le aveva
infisse, credo con uno stecchino, ognuna su un bignè, e parevano,
come vennero in tavola, uno stormo di piccolissimi cigni. E ancor più
della vista di quei manicaretti faceva impressione pensare dello zelante
accanimento che certo Battista v’aveva messo a prepararli,
immaginare le sue mani sottili mentre smembravano quei corpicini
d’animali.
Il modo in cui le lumache eccitavano la macabra fantasia di nostra
sorella, ci spinse, mio fratello e me, a una ribellione, che era insieme
di solidarietà con le povere bestie straziate, di disgusto per il sapore
delle lumache cotte e d’insofferenza per tutto e per tutti, tanto che non
c’è da stupirsi se di lì Cosimo maturò il suo gesto e quel che ne seguì.
Avevamo architettato un piano. Come il Cavalier Avvocato portava
a casa un canestro pieno di lumache mangerecce, queste erano messe
in cantina in un barile, perché stessero in digiuno, mangiando solo
crusca, e si purgassero. A spostare la copertura di tavole di questo
barile appariva una specie d’inferno, in cui le lumache si muovevano
su per le doghe con una lentezza che era già un presagio d’agonia, tra
rimasugli di crusca, strie d’opaca bava aggrumata e lumacheschi
escrementi colorati,
memoria del bel tempo dell’aria aperta e delle erbe. Quale di loro
era tutta fuori del guscio, a capo proteso e corna divaricate, quale tutta
rattrappita in sé, sporgendo solo diffidenti antenne; altre a crocchio
come comari, altre addormentate e chiuse, altre morte con la
chiocciola riversa. Per salvarle dall’incontro con quella sinistra cuoca,
e per salvare noi dalle sue imbandigioni, praticammo un foro nel fondo
del barile, e di lì tracciammo, con fili d’erba tritata e miele, una strada
il più possibile nascosta, dietro botti e attrezzi della cantina, per
attrarre le lumache sulla via della fuga, fino a una finestrella che dava
in un’aiola incolta e sterposa.
Il giorno dopo, quando scendemmo in cantina a controllare gli
effetti del nostro piano, e a lume di candela ispezionammo i muri e gli
anditi, - Una qui!... E un’altra qua! - ... E vedi questa dov’è arrivata! -
già una fila di lumache a non lunghi intervalli percorreva dal barile
alla finestrella il pavimento e i muri, seguendo la nostra traccia. - Presto,
lumachine! Fate presto, scappate! - non potemmo trattenerci dal
dir loro, vedendo le bestiole andare lemme lemme, non senza deviare
in giri oziosi sulle ruvide pareti della cantina, attratte da occasionali
depositi e muffe e ingrommature; ma la cantina era buia, ingombra,
accidentata: speravamo che nessuno potesse scoprirle, che avessero il
tempo di scappare tutte.
Invece, quell’anima senza pace di nostra sorella Battista percorreva
la notte tutta la casa a caccia di topi, reggendo un candeliere, e con lo
schioppo sotto il braccio. Passò in cantina, quella notte, e la luce del
candeliere illuminò una lumaca sbandata sul soffitto, con la scia di
bava argentea. Risuonò una fucilata. Tutti nei letti sobbalzammo, ma
subito riaffondammo il capo nei guanciali, avvezzi com’eravamo alle
cacce notturne della monaca di casa.
Ma Battista, distrutta la lumaca e fatto crollare un pezzo d’intonaco
con quella schioppettata irragionevole, cominciò a gridare con la sua
vocetta stridula: - Aiuto! Scappano tutte! Aiuto! - Accorsero i servi
mezzo spogliati, nostro padre armato d’una sciabola, l’Abate senza
parrucca, e il Cavalier Avvocato, prim’ancora di capir nulla, per paura
di seccature scappò nei campi e andò a dormire in un pagliaio.
Al chiaror delle torce tutti si misero a dar la caccia alle lumache per
la cantina, sebbene a nessuno stessero a cuore, ma ormai erano
svegliati e non volevano, per il solito amor proprio, ammettere d’esser
stati disturbati per nulla. Scoprirono il buco nel barile e capirono
subito che eravamo stati noi. Nostro padre ci venne ad agguantare in
letto, con la frusta del cocchiere. Finimmo ricoperti di striature viola
sulla schiena le natiche e le gambe, chiusi nello stanzino squallido che
ci faceva da prigione.
Ci tennero lì tre giorni, a pane acqua insalata cotenne di bue e
minestrone freddo (che, fortunatamente, ci piaceva). Poi, primo pasto
in famiglia, come niente fosse stato, tutti a puntino, quel mezzogiorno
del 15 giugno: e cos’aveva preparato nostra sorella Battista,
sovrintendente alla cucina? Zuppa di lumache e pietanza di lumache.
Cosimo non volle toccare neanche un guscio. - Mangiate o subito vi
rinchiudiamo nello stanzino! - Io cedetti, e cominciai a trangugiare
quei molluschi.

(Tratto da: "Il barone rampante" di Italo Calvino)

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