aprile 22, 2010

Dante ( quinta lezione, audio 24): De Vulgari Eloquentia

Per quanto riguarda la storia della lingua italiana Dante scrive questo brevissimo testo, 19 capitoli il primo libro e 14 il secondo, pone all'inizio di questo suo trattato delle questioni che sono di filosofia del linguaggio, fa osservazioni di enorme interesse di natura socio-linguistica; il secondo libro è un saggio di stilistica-retorica straordinariamente interessante poiché c'è un abbondantissimo numero di esempi di citazioni da poeti che sono poeti provenzali e di alcune aree italiane. L'opera è annunciata nel Convivio (capitolo V, Primo trattato) di un'opera che intende comporre sull'eloquenza volgare. Siamo negli anni dell'esilio, con buona approssimazione, composto tra il 1304-05, quest'opera ha un tradizione manoscritta ridottissima a fronte delle centinaia di codici che si tramandano, non solo della Commedia, ma anche della Vita Nuova, i codici del De Vugari sono essenzialmente 3, forse perché quest'opera, proprio per il carattere incompiuto è rimasta praticamente ignorata; siamo sicuri della paternità dantesca che è stata tuttavia molto discussa soprattutto nel '500 perché se ne hanno delle testimonianze antiche sia di Giovanni Villano, ma anche della più autorevole di Giovanni Boccaccio. Il titolo si ricava da una citazione di Dante stesso, alla fine del primo libro, capitolo XIX Dante scrive "E poiché mia intenzione trattare insegnare la teoria dell'eloquenza volgare". Dante è consapevole dell'assoluta novità della sua opera e anche della sua autorevolezza nel proporle; è un'opera che mostra al grado più alto, più compiutamente sistematico, questo modo della forma, della modalità, del ragionamento di Dante attraverso questa continua argomentazione di tipo contrastivo. La prima rima è molto solenne : "Cum neminem ante nos de vulgaris eloquentie doctrina quicquam inveniamus tractasse": ecco la solennità e la proclamazione di questa assoluta novità della sua opera: "Nessuno prima di me ha trattato la teoria dell'eloquenza volgare". E' un trattato che nella prima parte affronta tramite il ragionamente dantesco che parte dalla radice e poi mano a mano si articola, in sostanza il primo problema è (dell'eloquenza volgare ne parla a partire dal capitolo decimo):
1) Che cosa è il linguaggio
2) Quando e perché l'uomo ha parlato
In quanto il linguaggio è la faoltà che distingue l'uomo dall'animale; quindi c'è in ciò la facoltà distintiva degli uomini rispetto agli animali. Questa riflessione così organica, così sistematica, si appoggia al dettato tipico. Dante segue lo schema, la narrazione della Genesi affermando che Dio ha concesso all'uomo la facoltà del linguaggio che, dice Dante, è un dono di Dio. In quanto dono di Dio e creato con l'uomo anche la facoltà del linguaggio dovrebbe essere perfetta. Perché Dante fa discendere, risale alla creazione dell'uomo e dall'atto della creazione fa discendere tutta una serie di conseguenze? Perché il problema che già affrontato nel Convivio è quello di spiegare, giustificare, la straordinaria variabilità e mutevolezza delle lingue. Il fatto che le lingue mutino, che le lingue siano diverse tra di loro, intanto la diversità delle lingue e poi la variabilità interna delle lingue viene scritta da Dante ma è un concetto che in realtà dura da moltissimo fino alla linguistica moderna è vista come un segno di inferiorità, come una sorta di macula, di macchia di peccato. Nel De Vulgari Dante afferma che il linguaggio di Adamo è l'ebraico e la prima parola detta dall'uomo è una parola di ringraziamento al Creatore, dice Dante è "EL", cioè Dio; questa lingua adamitica rimane per Dante incorruttibile, perfetta; da questa lingua unica, adamitica, perfetta è discesa questa modificazione delle lingua, questa confusione delle lingue, questo tracollo (lo dice la Genesi) per un peccato di superbia promosso dal gigante Nerbrot che ha prodotto la confusione delle lingue e la babele linguistica. Ancora oggi nel nostro linguaggio sono termini che hanno una connotazione negativa: la confusione delle lingue, "la babele linguista", interpretati da Dante come marchi del peccato. Si è perduta questa caratteristica della perfezione, della incorruttibilità. In seguito alla punizione di Dio della costruzione della Torre di Babele, in cui appunto artigiano, operaio, usa un linguaggio diverso: carpentieri, fabbri, muratori, cosicchè naturalmente è impossibile la comunicazione tra un ambito di lavoro e l'altro, tra un artigiano e l'altro, a questa primitiva moltiplicazione delle lingue ne discende anche il fatto, altro retaggio di questo peccato di superbe, che le lingue mutano nel tempo e nello spazio. Questa è una delle più alte attribuzioni linguistiche fatta da Dante, appunto la mutevolezza nello spazio e nel tempo delle lingue. Da questa premessa ne discende anche la confusione di giudizio che ne trae Dante. Innanzitutto lui definisce la lingua volgare; qui volgare, nella prima parte del libro, non vuol dire "l'italiano", vuol dire "la lingua naturale", quindi "ogni lingua naturale". Il rimedio a questa impossibilità di comunicazione è stato, secondo Dante, escogitato dai dotti che hanno costruito a tavolino una lingua artificiale, quella che chiama la "Grammatica" che rimane immutata: da una parte ciò che è negativo, la mutevolezza, la confusione, la moltiplicazione dall'altra parte non corruttibile e ciò che è prodotto dal pensiero: "...che chiamo lingua volgare quella a cui i bambini si abituano ad opera di coloro che stanno attorno quando incominciano ad articolare le parole. Più brevemene si può dire che si chiama lingua volgare quella che impariamo imitando senza alcuna regola la balia"..."che impariamo in un secondo tempo la quale i romani chiamarono "Grammatica"...E' una lingua totalmente artificiale, è una lingua composta, creata a tavolino, una lingua che richiede studio, applicazione, fatica. Ne consegue da qui il giudizio: delle due, e capovolge tra l'altro il giudizio del Convivio, la più nobile è la lingua volgare; per prima cosa perché è stata la prima usata dal genere umano; per seconda cosa perché ne fa uso il mondo intero, anche se divisa in diverse pronunce e parole. Infine essa è per noi naturale mentre l'altra ha un'origine piuttosto artificiale. Argomento di questo trattato sarà proprio il volgare che è la lingua nobile. Il giudizio tra latino e volgare è completamente capovolto rispetto a quanto aveva affermato nel Convivio, ma questo capovolgimento, questa modificazione, è in realtà è un mutamento di posizione, il binomio latino-volgare e quindi arte-uso nel De Vulgari propone come opposizione tra ciò che è convenzione e ciò che è naturale. La lingua volgare è lo strumento primario della comunicazione umana. Il latino rappresenta uno stadio successivo, quello che aveva descritto nel Convivio, ciò che proprio la lingua volgare l'aveva introdotto alla scienza, alla dottrina e quindi anche allo studio del latino. La prima parte è è tratta risalendo all'origine della lingua naturale asserendo che solo l'ebraico conserva la sua identità, è inalterabile; invece dalla costruzione della Torre di Babele si è avuta questa confusione. Dante ha la consapevolezza che anche in una stessa città, in uno stesso luogo, la lingua muta nel tempo e nello spazio; e dà due esempi, capitolo IX nel quale spiega le ragione della mutevolezza delle lingue è correlata alla mutevolezza dell'uomo: "dato che l'uomo è un essere estremamente mutabile e mutevole, la lingua non può essere né stabile né continua; è necessario che la lingua cambi in rapporto agli spazi di luogo e di tempo così come le altre cose che sono nostre ad esempio
le abitudini e le mode". Affermazione che assolutamente è legittima. In questo stesso capitolo fa un'osservazione interessantissima poiché nota che"...ciò che ancora più strano gente che abita nella stessa città come i bolognesi di Borgo San Felice e i bolognesi di Strada Maggiore possono avere delle differenze di lingua cosa che è assolutamente vera. Sono diverse nel parlare persone che abitano vicino come i milanesi e i veronesi che sono in aree linguistiche contigue, ma anche da zona a zona i dialetti mutano, come i romani e i fiorentini e inoltre chi è accumunato dalla stessa razza come i napoletani e quelli di Gaeta, i ravennati e i faentini: discende dal più generale al particolare, e fa l'esempio di Bologna di due quartieri della città che hanno differenze linguistiche. La stessa cosa Dante nota nel tempo e nello stesso luogo: "se gli abitanti morti di Pavia risorgessero dopo molti anni non capirebbero una lingua cambiata e diversa rispetto ai moderni abitanti". Una realtà da lui direttamente esperita, da lui conosciuta perfettamente, che gli permette di formulare questa intuizione straordinaria e cioè che nell'arco di 100 anni le lingue mutano. Altra acquisizione fondamentale di Dante nel De Vulgari (per lui il latino non è la lingua-madre delle lingue romanze, ignora questa che è un'affinità genetica, il latino non è mai stata una lingua viva, una lingua parlata, per lui rimane sempre una lingua artificiale, una lingua scritta dai dotti per ovviare alla mutevolezza e alla confusione delle lingue; ciò non toglie che lui coglie perfettamente l'affinità delle lingue romanze); dopo la construzione della Torre di Babele è accaduto che vi è stata una dispersione, una diaspora di popoli, di lingue, nella concezione di Dante questa diaspora si riconduce a tre grandi gruppi linguistici: usa sempre la stessa formula, lo stesso sintagma, parla proprio di "idioma tripharium", di una lingua che ha 3 grandi gruppi. Quando viene a parlare di Europa individua tre grandi gruppi linguistici europei: uno è il greco, l'altro sono le lingue germaniche e infine l'idioma trifarium dell'Europa occidentale e meridionale; questa zona dell'Europa è composta dai gruppi: langue d'oil del nord della Francia, langue doc e lingua del Sì. E' di enorme importanza poiché pur non avendo la nozione di un'origine comune, che derivano dal latino, che hanno come matrice comune il latino, pur non avendo questa nozione egli coglie perfettamente l'affinità che c'è tra le lingue romanze. "Come si è detto più sopra, il nostro idioma si presenta ora come triforme, e all'atto di svolgerne un confronto interno secondo la triplice forma sonora in cui si è risolto, l'esitazione con cui maneggiamo la bilancia è così grande che non osiamo nel confronto anteporre questa parte o quella o l'altra ancora, se non forse in base a questo fatto, che i fondatori della grammatica hanno evidentemente preso come avverbio di affermazione sic: il che sembra attribuire di diritto una certa preminenza agli Italiani, che dicono sì": dopo una dichiarazione di assoluta oggettività, scientifica, fa questa precisazione che naturalmente è fatta al fine di dare la palma alla lingua del sì. Usa delle forme di cautela. La preminenza degli italiani che è affermata da una certa cautela. "i fondatori della grammatica hanno evidentemente preso come avverbio di affermazione sic: il che sembra attribuire di diritto una certa preminenza agli Italiani, che dicono sì. E in effetti ciascuna delle tre parti difende la propria causa con larghezza di testimonianze. Dunque: la lingua d'oïl adduce a proprio favore che, per la natura più agevole e piacevole del suo volgare": la letteratura d'oil è la letteratura dei grandi cicli epici e il canto V, quello di Francesca, è un canto dove vengono chiamati in causa le grandi tesi letterarie. E' una gallerie di figure prettamente letterarie, versi 67 e seguenti: "Vedi Paris, Tristano": ora Tristano è uno dei grandi eroi del ciclo bretone, dei cavalieri della tavola di Re Artù e naturalmente uno dei testi di questo ciclo bretone è additato da Dante come la causa scatenante dell'adulterio tra Paolo e Francesca, proprio la lettura del romanzo di questa tranche di vita, cioè l'amore di Lancillotto e Ginevra. E' chiamato in causa il libro: "Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse": il mediatore dell'incontro tra Lancillotto e la regina Ginevra è proprio "galeotto". "Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse": non solo qui Dante ricorda i grandi cicli epici e sottolinea il fatto che i grandi cicli epici e la prosa volgare nasce in France esattamente nella lingua d'oil. Quando egli dice che la langue d'oil può pretendere di avere la palma poiché tutto quello che è stato scritto in langue d'oil ha assolutamente ragione; tra l'altro è un topos: il fatto che il francese fosse ritenuto "langue plus delitable à lire" dell'italiano, questo lo scrive anche Brunetto Latini (langue...de la clarté...de la verité...soignée), maestro di Dante. Era un'opinione comune che il francese avesse una gradevolezza rispetto al volgare italiano. Tra l'altro la Bibbia con le imprese dei troiani e dei romani e le bellissime avventure di Re Artù. Temi che avevano una grande popolarità: le gesta di Troia, di Roma; sono delle compilazioni di tipo avventuroso-divulgativo, di grande consumo. "L'altra a sua volta, cioè la lingua d'oc, usa come argomento a suo vantaggio che i rappresentanti dell'eloquenza volgare hanno poetato dapprima in essa, come nella lingua più dolce e più perfetta": prosa langue d'oil, poesia langue d'oc; usata dai primi poeti toscani. Nel secondo libro sono alquanto numerosi, non quantitativamenti, non sono moltissimi i poeti provenzali che Dante cita, ma conosce codici di canzonieri provenzali. "Infine la terza lingua, quella degli Italiani, afferma la propria superiorità sulla base di due prerogative: in primo luogo perché coloro che hanno poetato in volgare più dolcemente e profondamente, come Cino Pistoiese e l'amico suo, sono suoi servitori e ministri;": lo stile è anche di una profondità di pensiero maggiore. Costoro sembrano appoggiarsi maggiormente alla grammatica; i grandi pensatori tengono più conto, sono più aderenti alla grammatica che è argomento della massima importanza. Dante non uso mai la parola "italiano", usa per definire l'area del sì. In questi appunti di Dante c'è non soltanto una consapevolezza di un'affinità tra le lingue romanze: italiano, francese e provenzale, ma anche propone le coordinate precise; sono storiograficamente ineccepibili. La poesia romanza nasce coi provenzali, la prosa romanza anticipa la letteratura sia in langue d'oc sia in langue d'oil precede di almeno 150 anni la nascita della letteratura italiana. Le coordinate che indicato Dante sono esatte. Questo trattato affronta problemi che sono di natura squisitamente linguistica e retorico-letteraria e anche la prima carta dei dialetti italiani; Dante ne dà un abbozzo assolutamente straordinario. Dante divide le varietà dialettali dell'Italia seguendo la dorsale appenninica: lo spartiacque è dato dalla catena degli Appennini; inoltre nella rassegna la sua prospettiva è dal basso verso l'alto: dalla Sicilia alle Alpi; questo fa sì che quando lui parla e descrive le varietà dialittali, l'Adriatico è a destra e le regioni tirreniche risultino a sinistra proprio perché guarda l'Italia da nord a sud. Individua 14 grandi aree dialettali. Le regioni di destra sono: la Puglia, ma non tutta, Roma, il ducato di Spoleto; mentre dall'altra parte ci sono: la Marca d'Ancona, la Romagna, la Lombardia (che non è la regione che intendiamo oggi, ma tutta la pianura padana, la marca di Treviso con Venizia; le isole del mar Tirreno, cioè la Sardegna e la Sicilia vanno associate alla parte di destra. "Ora in entrambe queste due metà, e relative appendici, le lingue degli abitanti
variano: così i Siciliani si diversificano dagli Apuli, gli Apuli dai Romani, i Romani dagli Spoletini, questi dai Toscani, i Toscani dai Genovesi e i Genovesi dai Sardi; e allo stesso modo i Calabri dagli Anconitani, costoro dai Romagnoli, i Romagnoli dai Lombardi, i Lombardi dai Trevigiani e Veneziani, costoro dagli Aquileiesi e questi ultimi dagli Istriani. Sul che pensiamo che nessun italiano dissenta da noi": riprende il ragionamento che anche aree limitrofe, confinanti, hanno delle varietà linguistiche diverse. "Ecco perciò che la sola Italia presenta una varietà di almeno quattordici volgari. I quali poi si differenziano al loro interno, come ad esempio in Toscana il Senese e l'Aretino, in Lombardia il Ferrarese e il Piacentino; senza dire che qualche variazione possiamo coglierla anche nella stessa città, come abbiamo asserito più sopra nel capitolo precedente. Pertanto, a voler calcolare le varietà principali del volgare d'Italia e le secondarie e quelle ancora minori, accadrebbe di arrivare, perfino in questo piccolissimo angolo di mondo, non solo alle mille varietà, ma a un numero anche superiore": avvalora l'affermazione che tra generazione e generazione, tra padre e figlio, ci siano differenze. Il ragionamento muove sempre alla equità dotta. Il primo libro, argomento importante per capire quale fosse il disegno dell'opera, Dante fa un'affermazione che rientra questo percorso, il particolarismo linguistico che si coglie addirittura all'interno di una sola famiglia.
Lo scopo di Dante è di passare in rassegna i volgari italiani, per passarli al setaccio, per cercare in una di queste aree linguistiche il volgare adatto allo stile più alto, cioè al volgare illustre, cardinale, aulico, curiale, cioè il volgare più bello, il volgare comune a tutta l'Italia che deve rispondere a questi criteri: illumina, che è segno della reggia, aulico alto dell'imperatore, cardinale cioè perno. Ma in realtà Dante pensa al linguaggio della poesia, il fine letterario di Dante è quello più importante. Il suo setaccio, il suo vaglio è sempre fatto in base a ragioni letterarie. C'è questa oscillazione tra considerazioni più squisitamente linguistiche e considerazioni di carattere di gusto personale, su scelte proprie. Ogni volgare viene bollato con termini anche a livello di turpiloquio, questa sofferenza, questa condanna verso volgari reputati non adatti.

(Ricordo sempre che sono solo APPUNTI, sbobinando dei file audio delle lezioni: mi scuso in anticipo per errori o per parti prive di significato)

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