marzo 17, 2011

150 anni a Torino





































































































































































































La curiosità era troppo forte e sono uscito. Sfidando l’imprevedibilità di una giornata che pur dalle premesse si presentava come una vittoria annunciata di partecipazione popolare. Fin dalle preparazioni cittadine dei giorni precedenti, dalle bandiere sui balconi, dai manifesti che tappezzavano la città, si capiva che il capoluogo piemontese si preparava a celebrazioni in grande stile. Perfino Gramellini l'aveva sottolineato da Fazio a "Che tempo che fa", più o meno così: "Le strade di Torino sono piene di bandiere, poi arrivi a Roma e non ne vedi manco una". Sarà stato il senso di appartenenza ritrovato o il sentirsi abitanti privilegiati di una città che fu il primo capoluogo del Belpaese, ma giovedì scorso, 17 marzo, data che da lì in avanti celebrerà l'unità d'Italia ogni anno, le strade erano gremite. I torinesi si erano riversati in massa nel centro. Che mi ricordi io non ho mai visto una marea umana così immensa e festosa. Tricolore ovunque e Inno di Mameli a loop in via Roma. Danze, musica, slogan, sfilate e, ovviamente, lo sfruttamento commerciale. Ma era bello anche quello. Tutte le vetrine dei negozi erano a tema, dalla pasticceria alla boutique, nessuno esente.
Il sentimento unitario è stato davvero forte, tenendo conto che proprio in quei giorni, eventi di portata catastrofica in Giappone, terremoto-tsunami-rischio esplosione nucleare, avevano inesorabilmente monopolizzato l'attenzione, il clima politico nazionale non era proprio dei più edificanti e di fatto non poneva le giuste basi per la riuscita della festa. La visita del Presidente della Repubblica è iniziata venerdì in tarda mattinata e già i primi disagi si sono fatti sentire. Complice una tiepida giornata che annunciava l’arrivo della primavera, ho deciso di non prendere l’auto, come faccio di solito, ma di preferire i mezzi pubblici. Dopo la lezione col prof. Sinigaglia, ho preso il tram n. 16 per raggiungere la scuola, ed ecco il primo intoppo!, dopo poche fermate, senza alcuna giustificazione plausibile, l’autista ci ha fatto scendere d’imperio. Solo le pressanti richieste di chiarimento di alcuni passeggeri hanno costretto il conducente a replicare con un laconico, quanto inutile, “Chiedetelo alla Gtt”. Tra gli umori surriscaldatisi per il disagio, un signore cercava una spiegazione ad alta voce: “E’ per via di Napolitano!”. Insofferente, ho risposto io in maniera totalmente sconclusionata: “Sì, ho capito, ma mica prende il tram!”. Per farla breve ho cambiato tre mezzi, mi sono perso, ho fatto un pezzo inutile a piedi essendo sceso alla fermata sbagliata, ho scambiato quattro chiacchiere con una signora arrabbiata col Presidente: “Non è possibile; venire a visitare la città in un giorno lavorativo e bloccare tutta la città! La gente lavora…”. Dalla disperazione e dalla paura di arrivare in ritardo sul lavoro stavo quasi prendendo la metropolitana per due fermate. Non era proprio la giornata giusta per abbandonare l’utilizzo dell’automobile. Tuttavia il capo di Stato è stato accolto da ovazioni unanimi e ha ben rappresentato lo spirito unitario di quei giorni in visita qui. Non è andata altrettanto bene al primo ministro Berlusconi che ha avuto un’accoglienza tutt’altro che amorevole davanti all’hotel Principi di Piemonte, sede della presentazione del candidato del pdl al comune di Torino per le prossime consultazioni elettorali.

Detto questo, vorrei fare alcune considerazioni sugli aspetti negativi che sono emersi durante le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Finalmente sbandierare il tricolore, intonare l’Inno e sentirsi appartenere alla stessa nazione non riguardavano solo le olimpiadi o i mondiali di calcio rendendoci simili a tifosi esaltati del terzo mondo. Non voglio, con questo, fare l’entusiasta a tutti i costi o il nazionalista dell’ultima ora, però ho trovato del tutto fuori luogo l’atteggiamento degli esponenti della Lega Nord che non intonavano l’Inno o che abbandonavano i vari consessi istituzionali. Ho mal sopportato quel certo revisionismo sul Risorgimento fatto da Garibaldi (era la prima volta che in vita mia lo sentivo), sulla desacralizzazione dei personaggi mitici di quel periodo, sulla minimizzazione della volontà dei popoli del nord e del sud dell’epoca di unirsi e che sarebbero stati eccessivamente costretti a farlo, anche da altre nazioni europee, che avrebbero spinto e foraggiato Garibaldi e i suoi mercenari all’eroica impresa avendo interessi, ad esempio l’Inghilterra, a sottrarre le terre e ad affievolire il potere del Vaticano. Sorvolando sulle migliaia di persone, spesso ragazzi giovanissimi, morti per un’ineluttabile e fatale Unità che rende, tutt’oggi, grande il nostro paese nel mondo. Nessuno lo dice: noi italiani abbiamo pochissima autostima di noi stessi, tranne poi essere un popolo insopportabilmente presuntuoso. Da questo punto di vista guardo favorevolmente e prenderei ad esempio quello francese che non perde tempo di dire a tutto il mondo e di dimostrare tutti i propri aspetti che lo rendono grande.

Probabilmente bisognava aspettarsi che alcune stimoli separatistici avrebbero inevitabilmente, se non rovinato, di certo “sporcato” la festa. Anche questa, però, è la nostra marca distintiva…

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