ottobre 17, 2012

Sonno profondo

Da quanto tempo sarà che quando sono da sola dormo in questo modo? Il sonno viene come l’avanzare della marea. Opporsi è impossibile. E’ un sonno così profondo che né lo squillo del telefono né il rumore delle auto che passano fuori mi arrivano all’orecchio. Nessun dolore, nessuna tristezza laggiù: solo il mondo del sonno dove precipito con un tonfo. E’ soltanto nel momento in cui riapro gli occhi che mi sento un po’ triste. Alzo lo sguardo verso il cielo rannuvolato e mi rendo conto di aver dormito molto a lungo. Ancora un po’ intontita penso:non avevo la minima intenzione di dormire, e invece ho perso tutta la giornata... E a un tratto, in quel pesante rammarico così vicino alla vergogna, mi si gela il sangue. Quand’è che ho cominciato ad abbandonarmi così al sonno, che ho smesso di opporre resistenza?E’ davvero possibile che un tempo fossi sempre piena d’energia e completamente sveglia? Sembra un periodo tanto lontano da perdersi nell’antichità. Se cerco di ricordarlo vedo solo un’immagine sfocata che sembra appartenere a un’età remota, dove felci e dinosauri si riflettono negli occhi incolori vividi e primitivi. Eppure, anche nel sonno, riesco sempre a riconoscere le telefonate del mio uomo, solo le sue.Il suono delle telefonate di Iwanaga è l’unico che riesco a distinguere in modo inequivocabile. Non so come, ma riesco sempre a sapere con certezza che è lui. A differenza di tutti gli altri suoni che rimangono all’esterno, se è lui a chiamare, lo squillo del telefono mi risuona nella testa come attraverso una cuffia, con una piacevole vibrazione. Allora mi tiro a sedere sul letto, afferro il ricevitore e lui pronuncia il mio nome con una voce così profonda da darmi un brivido:“Terako?”.E quando io rispondo ‘sì’, al tono inebetito della mia voce lui ridacchia e ogni volta mi fa:“Di nuovo a dormire?”.

("Sonno Profondo" - Banana Yoshimoto)

Giornata mondiale dell'alimentazione

 Il 16 ottobre è la giornata mondiale dell'alimentazione. Cosa vuol dire? Festeggiare? Fare bagordi? Mangiare di più strafogandosi senza limiti come facevano gli antichi romani lungo il vomitorium? Seneca scriveva: "Vomunt ut edant, edunt ut vomant" [Vomitano per (continuare a) mangiare e mangiano sino a vomitare]: i vomitoria erano, negli anfiteatri romani e nel Colosseo, delle vie di accesso all'arena. in cui il pubblico, inorridito dalla brutalità e dalla violenza degli spettacoli, si recava per vomitare; in un significato più esteso, durante i banchetti, i commensali trovandosi di fronte a cibi di ogni sorta mangiassero a dismisura, avendo la necessità di svuotare i propri ventri dal troppo cibo ingurgitato, si allontanavano dalle sale del banchetto e, lungo i corridoi,si svutavano per riprendere a mangiare.
Niente di tutto questo, si spera.
Dopo duemila anni di evoluzione culturale ci si aspetta che l'uomo sia più attento a sé stesso e agli altri, purtroppo non è così.
Mangiare in maniera smisurata e fuori controllo, apparentemente appaga nevrosi, insucurezze e depressioni varie, tuttavia costa tanto e, oltre a rendere la persona esteticamente sgradevole, provoca una serie infinite di malattie che si possono riassumere nelle conosciute e gravi patologie come il diabete, il colesterolo, la glicemia e i trigliceridi alti, con una serie di infiniti effetti a catena che, ormai, tutti conoscono. Sono malattie del benessere (una volta affliggevano sovrani, regine e nobili in generale, causate dalla ricchezza) dovute ad una incontrollata assunzione di alimenti di qualsiasi tipo che colpiscono i paesi occidentali, il nord del mondo per intenderci. Si muore per l'eccesso di cibo dunque, ma ancor di più per la sua mancanza, prevalentemente nel sud del mondo.
E' un circolo vizioso difficile da fermare: in occidente si mangiano inconsapevolmente (o per ignoranza) quantitativi illimitati di carne e pesce, per appagare una fame atavica, da DNA quasi, che non si placherà mai, -drogati di cibo- (se non si usa il cervello, la cultura, la conoscenza): si trovano snack e panini ad ogni angolo della strada, si mangia ininterrottamente 24 ore su 24 carboidrati raffinati, cibi industriali scientemente creati dagli ingegneri del gusto tanto da sortire un dipendenza da piatti ricchi di grassi saturi di ogni genere, zuccherati e/o salati, che soddisfano il palato e il cervello, per un appagamento che avviene quasi esclusivamente a tavola.
Per allevare tutti gli animali è necessario un consumo straordinario di acqua e di cereali che, invece di sfamare le popolazioni bisognose, servono a foraggiarli. Davanti alla forte richiesta e all'ingente guadagno, le multinazionali non usano né la logica né l'intelligenza, né la morale né alcuna regola etica, senza rispettare nessuno, seguendo soltanto la legge del profitto.

A poco valgono le notizie allarmanti sulla mortalità dovuta ad un'alimentazione errata, lettera morta appaiono gli allarmismi che in queste ricorrenze la FAO tende a divulgare. Si mangia senza soluzione di continuità nei fast food, paradossalmente "ristoranti" a buon mercato per le classi meno agiate, si evitano gli alimenti considerati sani e benefici per la salute: frutta e verdura. L'Italia è (possiamo vantarcene) al secondo posto, dopo la Polonia ed in compagnia della Grecia, per l'alto consumo di questi prodotti salutari, in una razione che l'OMS indica intorno ai 400 gr pro capite al giorno.
Frutta e verdura che andrebbero mangiate seguendo la loro stagionalità e possibilimente comprandole dai coltivatori del proprio territorio (a km 0) per evitare il più possibile l'uso di antiparassitari che le mantengono a lungo lucide, belle da vedersi e appetibili (e di plastica!); conseguentemente l'impiego massiccio di mezzi di trasporto sulle nostre autostrade, il consumo di benzina e l'inquinamento a questo dovuto. Danni a catena, anche per l'ambiente.
Nessuno ne parla e le trasmissioni sull'alimentazione nella nostro paese sono fuorvianti, imprecise, talora, dolose, nel voler dare continuamente informazioni sulla Dieta Mediterranea unico stile di vita da seguire, con pane e pasta a go go, carne e pesce immancabili.
Sul web è possibile farsi un'idea alternativa, conoscere altre voci autorevoli che possono aprire una via alternativa alla conoscenza.
Senza voler cambiare i pensieri di nessuno, consiglio questi tre contributi, un video e due film, in lingua originale (la televisione italiana non ne fa menzione, come è ovvio), per vedere qualcosa di diverso, non omologato dalla cultura dominante.

- http://cortigianerie.blogspot.it/2012/09/seeds-revolution.html
- http://cortigianerie.blogspot.it/2012/03/un-equilibrio-delicato.html
- http://cortigianerie.blogspot.it/2012/04/food-inc.html



« La grandezza di una nazione e il suo progresso morale possono essere valutati dal modo in cui vengono trattati i suoi animali.» (attribuita a Gandhi)

ottobre 15, 2012

Cibi da evitare

Il suo animo tristo s’esplicava soprattutto nella cucina. Era
bravissima nel cucinare, perché non le mancava né la diligenza né la
fantasia, doti prime d’ogni cuoca, ma dove metteva le mani lei non si
sapeva che sorprese mai potessero arrivarci in tavola: certi crostini di
paté, aveva preparato una volta, fìnissimi a dire il vero, di fegato di
topo, e non ce l’aveva detto che quando li avevamo mangiati e trovati
buoni; per non dire delle zampe di cavalletta, quelle di dietro, dure e
seghettate, mes-se a mosaico su una torta; e i codini di porco arrostiti
come fossero ciambelle; e quella volta che fece cuocere un porcospino
intero, con tutte le spine, chissà perché, certo solo per farci
impressione quando si sollevò il coprivivande, perché neanche lei, che
pure mangiava sempre ogni razza di roba che avesse preparato, lo
volle assaggiare, ancorché fosse un porcospino cucciolo, rosa, certo
tenero.
Infatti, molta di questa sua orrenda cucina era studiata solo per la
figura, più che per il piacere di farci gustare insieme a lei cibi dai
sapori raccapriccianti. Erano, questi piatti di Battista, delle opere di
finissima oraferia animale o vegetale: teste di cavolfiore con orecchie
di lepre poste su un colletto di pelo di lepre; o una testa di porco dalla
cui bocca usciva, come cacciasse fuori la lingua, un’aragosta rossa, e
l’aragosta nelle pinze teneva la lingua del maiale come se glie l’avesse
strappata. Poi le lumache: era riuscita a decapitare non so quante
lumache, e le teste, quelle teste di cavallucci molli molli, le aveva
infisse, credo con uno stecchino, ognuna su un bignè, e parevano,
come vennero in tavola, uno stormo di piccolissimi cigni. E ancor più
della vista di quei manicaretti faceva impressione pensare dello zelante
accanimento che certo Battista v’aveva messo a prepararli,
immaginare le sue mani sottili mentre smembravano quei corpicini
d’animali.
Il modo in cui le lumache eccitavano la macabra fantasia di nostra
sorella, ci spinse, mio fratello e me, a una ribellione, che era insieme
di solidarietà con le povere bestie straziate, di disgusto per il sapore
delle lumache cotte e d’insofferenza per tutto e per tutti, tanto che non
c’è da stupirsi se di lì Cosimo maturò il suo gesto e quel che ne seguì.
Avevamo architettato un piano. Come il Cavalier Avvocato portava
a casa un canestro pieno di lumache mangerecce, queste erano messe
in cantina in un barile, perché stessero in digiuno, mangiando solo
crusca, e si purgassero. A spostare la copertura di tavole di questo
barile appariva una specie d’inferno, in cui le lumache si muovevano
su per le doghe con una lentezza che era già un presagio d’agonia, tra
rimasugli di crusca, strie d’opaca bava aggrumata e lumacheschi
escrementi colorati,
memoria del bel tempo dell’aria aperta e delle erbe. Quale di loro
era tutta fuori del guscio, a capo proteso e corna divaricate, quale tutta
rattrappita in sé, sporgendo solo diffidenti antenne; altre a crocchio
come comari, altre addormentate e chiuse, altre morte con la
chiocciola riversa. Per salvarle dall’incontro con quella sinistra cuoca,
e per salvare noi dalle sue imbandigioni, praticammo un foro nel fondo
del barile, e di lì tracciammo, con fili d’erba tritata e miele, una strada
il più possibile nascosta, dietro botti e attrezzi della cantina, per
attrarre le lumache sulla via della fuga, fino a una finestrella che dava
in un’aiola incolta e sterposa.
Il giorno dopo, quando scendemmo in cantina a controllare gli
effetti del nostro piano, e a lume di candela ispezionammo i muri e gli
anditi, - Una qui!... E un’altra qua! - ... E vedi questa dov’è arrivata! -
già una fila di lumache a non lunghi intervalli percorreva dal barile
alla finestrella il pavimento e i muri, seguendo la nostra traccia. - Presto,
lumachine! Fate presto, scappate! - non potemmo trattenerci dal
dir loro, vedendo le bestiole andare lemme lemme, non senza deviare
in giri oziosi sulle ruvide pareti della cantina, attratte da occasionali
depositi e muffe e ingrommature; ma la cantina era buia, ingombra,
accidentata: speravamo che nessuno potesse scoprirle, che avessero il
tempo di scappare tutte.
Invece, quell’anima senza pace di nostra sorella Battista percorreva
la notte tutta la casa a caccia di topi, reggendo un candeliere, e con lo
schioppo sotto il braccio. Passò in cantina, quella notte, e la luce del
candeliere illuminò una lumaca sbandata sul soffitto, con la scia di
bava argentea. Risuonò una fucilata. Tutti nei letti sobbalzammo, ma
subito riaffondammo il capo nei guanciali, avvezzi com’eravamo alle
cacce notturne della monaca di casa.
Ma Battista, distrutta la lumaca e fatto crollare un pezzo d’intonaco
con quella schioppettata irragionevole, cominciò a gridare con la sua
vocetta stridula: - Aiuto! Scappano tutte! Aiuto! - Accorsero i servi
mezzo spogliati, nostro padre armato d’una sciabola, l’Abate senza
parrucca, e il Cavalier Avvocato, prim’ancora di capir nulla, per paura
di seccature scappò nei campi e andò a dormire in un pagliaio.
Al chiaror delle torce tutti si misero a dar la caccia alle lumache per
la cantina, sebbene a nessuno stessero a cuore, ma ormai erano
svegliati e non volevano, per il solito amor proprio, ammettere d’esser
stati disturbati per nulla. Scoprirono il buco nel barile e capirono
subito che eravamo stati noi. Nostro padre ci venne ad agguantare in
letto, con la frusta del cocchiere. Finimmo ricoperti di striature viola
sulla schiena le natiche e le gambe, chiusi nello stanzino squallido che
ci faceva da prigione.
Ci tennero lì tre giorni, a pane acqua insalata cotenne di bue e
minestrone freddo (che, fortunatamente, ci piaceva). Poi, primo pasto
in famiglia, come niente fosse stato, tutti a puntino, quel mezzogiorno
del 15 giugno: e cos’aveva preparato nostra sorella Battista,
sovrintendente alla cucina? Zuppa di lumache e pietanza di lumache.
Cosimo non volle toccare neanche un guscio. - Mangiate o subito vi
rinchiudiamo nello stanzino! - Io cedetti, e cominciai a trangugiare
quei molluschi.

(Tratto da: "Il barone rampante" di Italo Calvino)

ottobre 02, 2012

Giornata Champagne 2012

Il direttore del Centro Champagne, Domenico Avolio, quest'anno ha superato se stesso e mi ha sorpreso: dopo il lusso dell'hotel "Principe di Savoia" di Milano e  l'atmosfera impareggiabile della Reggia di Venaria era davvero difficile fare meglio. Ma non impossibile. Il suggestivo sito che ha fatto da cornice alla mia quarta Giornata Champagne è stato il "Complesso monumentale S.Spirito in Sassia" di Roma.
Dopo un viaggio devastante, pur col Frecciarossa ai 300 all'ora (paura...), iniziato alle 06:30 del mattino a Porta Nuova  col ritrovo della delegazione torinese, sono arrivato alle 11:30 a Termini; mi sono catapultato da Elena per l'accredito (per evitare la coda); sistemazione in albergo, cambio d'abito e mi sono fiondato nel luogo deputato. Neanche Kate Moss!
Dalle 14 alle 19 ho messo a dura prova il fisico, l'organismo e il cervello con un tour de force attraverso l'assaggio comparativo di vari champagnes: 67 maisons presenti e 190 cuvées differenti esposte per quella che, mi è sembrato di comprendere, è stata la più grande degustazione mai organizzata in Italia: un'occasione imperdibile. Ancora più gradita perché questa volta Domenico e Simone hanno trascorso un po' tempo con noi venendo a cena in una trattoria tipica di Trastevere. Non paghi, abbiamo pasteggiato con "Ayala - Brut Nature", abbinandolo, come mi piace, in maniera azzardata e naif ai piatti tipici della cucina romana.
All'interrogazione a tavola ci siamo trovati tutti impreparati. Quale champagne ci era piaciuto di più? Perché quello champagne ci era piaciuto meno? Non avevamo grandi giustificazioni...Ci eravamo comportati come degli scolari discoli che non prendono appunti.
Il giorno dopo ho riflettuto e mi sono autogiustificato, anche riguardando con più calma le foto che ho scattato, e ho ricordato le parole di una mia apprezzatissima collega/professoressa di Storia dell'Arte che un giorno, avendola chiamata prima di entrare alla Pinacoteca di Brera di Milano per farmi suggerire come rapportarmi a quell'immensa massa di opere d'arte, mi disse : "Entra senza angosciarti e non pensare troppo al filo da seguire, le direzioni da prendere o le sale da guardare, ma fermati davanti ai quadri che ti interessano maggiormente e osservali col cuore".
E', in effetti, il comportamento che ho avuto a Roma. Partendo dal presupposto che non ho sputato neanche un goccio di quel nettare prezioso, è umanamente impossibile assaggiare più di una ventina di vini diversi e capirci qualcosa o ricordarsi le sfumature tra uno e l'altro. Anzi, è come entrare in profumeria quando devi scegliere la fragranza da acquistare: dopo essertene spruzzata addosso un certa quantità, non capisci più nulla, non ti ricordi le prime annusate; sei assuefatto e frastornato; non riesci a prendere la decisione definitiva su quale sarà il tuo prossimo profumo.
Alcuni millesimati erano troppo marsalati per me, questo è indubbio, o troppo caldi: un millesimato di Joseph Perrier, Deutz, Delamotte, Bruno Paillard. Non mi piacciono gli champagnes ossidati.
Ho apprezzato, non mi stancherò mai troppo di dirlo, le grandi maisons: Veuve Clicquot, Taittinger, Vielle France, Mumm, Bollinger, Ruinart (eccezionali il Blanc de Blancs e il rosé), fantastico il millesimato di Moet (2002), il mio fortunato duplice assaggio, in compagnia dell'amica giornalista Paola Jadeluca  ("Repubblica"), di Salon che è sempre centellinato con parsimonia ogni ora (dunque sono state stappate 6 bottiglie!) ai numerosi ospiti che si mettono straordinariamente in coda; toh, guarda, c'è Massimo Giletti! Chi?!?
Etichette che non conoscevo, come Herbert Rosé e il Rosé de Saignéè di André Jacquart, sono state delle gradite sorprese.
Questa è, in definitiva, la lista degli champagnes che hanno lasciato un buon ricordo; gli altri vini evidentemente non mi hanno lasciato un segno concreto o, probabilmente, mi sono accostato a loro in modo eccessivamente distratto, superficiale e frettoloso.
Terminata questa ennesima eccezionale opportunità, penso già alla Giornata Champagne 2013. Quale sarà la sede che la ospiterà? La Reggia di Caserta? Sarebbe un bel colpo, ma è lontana, ed egoisticamente non posso che sperare un ritorno all' "ovile", ovvero Torino.



















Gli immancabili Bibanesi






                                                        

ottobre 01, 2012

La preistoria

PREISTORIA: dal latino præ "prima, innanzi" e historia "storia" (convenzionalmente definita come il periodo della storia umana che precede l'invenzione della scrittura).


4 mil. Di anni fa:
COMPARSA DEI PRIMI OMINIDI.
2 mil. Di anni fa:
(PALEOLITICO) GLI OMINIDI INIZIANO A SERVIRSI DELLE PIETRE COME STRUMENTI.
400 mila anni fa:
SCOPERTA DEL FUOCO E RESTI DELLE PRIME RUDIMENTALI ABITAZIONI. HOMO HABILIS
300mila anni fa:
COMPARSA DELL’HOMO SAPIENS.
90 mila anni fa:
COMPARSA DELL’HOMO SAPIENS SAPIENS.
35/20 mila anni fa:
L’HOMO SAPIENS SAPIENS ATTRAVERSA LO STRETTO DI BERING E COMINCIA IL POPOLAMENTO DELLE AMERICHE.
35 mila anni fa:
SI ESTINGUE L’HOMO DI NEANDERTHAL.
30/20 mila anni fa:
PRIME PITTURE PARIETALI (Grotte di Lascaux, Francia - Grotte di Altamira, Spagna).
12/10 mila anni fa:
ULTIMA ERA GRACIALE, PERIODO MESOLITICO, I PRIMI GRUPPI UMANI COMINCIANO A RENDERSI SEDENTARI.
10/7 mila anni fa:
PERIODO NEOLITICO:SVILUPPO DELL’AGRICOLTURA E DELLE PRIME CIVILTA’.
9 mila anni fa:
PRIME CITTA’ FORTIFICATE.

settembre 30, 2012

Le sette meraviglie del mondo antico

  • I Giardini pensili di Babilonia, dove si racconta che la regina Semiramide raccogliesse rose fresche in ogni stagione.
  • Il Colosso di Rodi, un'enorme statua bronzea situata nell'omonima isola oggi greca.
  • Il Mausoleo di Alicarnasso, una monumentale tomba dove riposa il satrapo Mausolo, situata ad Alicarnasso (attuale Bodrum, in Turchia).
  • Il Tempio di Artemide ad Efeso, nell'antica Lidia odierna Turchia.
  • Il Faro di Alessandria in Egitto, che una volta rischiarava la via ai mercanti che si approssimavano al porto.
  • La statua di Zeus ad Olimpia, grandiosa testimonianza di arte religiosa, opera dello scultore greco Fidia.
  • La Piramide di Cheope a Giza, la più antica fra le sette meraviglie e l'unica che sopravvive ancora oggi. Immensa dimora di riposo eterno del faraone, glorificazione delle sue imprese in vita.

La  "New Open World Corporation" (NOWC), società svizzera a scopo di lucro, ha indetto un concorso per la selezione dei siti moderni che in qualche modo si potessero rifare alle meraviglie dell'antichità.
Tra i primi setti figurano:

1) Grande muraglia cinese (Cina)
2) Petra (Giordania)
3) Cristo Redentore (Brasile)
4) Machu Picchu (Perù)
5) Chichén Itzá (Messico)
6) Colosseo (Italia)
7) Taj Mahal (India)

Strawberry extreme

 Cocktail inventato dai ragazzi delle III M sala/vendita: 4 cl di vodka 4 cl di purea di fragola 1,5 di succo di limone 1,5 di succo di aran...