novembre 21, 2012

Vocazioni

- Don Ivan -

“Dovevo dire di no sull’altare. Quando il vescovo mi ha chiesto di promettere rispetto e obbedienza. Io gli ho risposto “lo pro
metto” e invece dovevo dirgli la verità, dovevo dirgli che non ero pronto a promettere niente. Che a trent’anni Dio è stato l’unico a prospettarmi un futuro, qualcosa che non fosse uno stage di sei mesi a rimborso spese. E ci sto provando in tutti i modi a credergli. A credere a quello che dico in questa chiesa e a farlo credere alle persone che mi ascoltano. Ma io non lo so cosa sia meglio per loro. Non lo so davvero. Io non sono un capo popolo, sono un prete, e quando mi tolgo la veste non sono più nemmeno quello. La mia unica religione è quella di stare qui e fare e ripetere la stessa cosa tutti i giorni. Ma sarebbe stato lo stesso rimanere a casa e lavorare ogni giorno a un’unica scrivania, o svegliarsi tutte le mattine affianco alla stessa donna. Che poi alla fine Giulia l’ho lasciata perché un giorno l’ho baciata e mi sono accorto che non sopportavo più il sapore di fumo nella sua bocca. Solo per questo. Non perché la tradivo, non perché litigavamo. Solo perché quella costanza quotidiana non avevo più la disciplina per sopportarla. - Ho speso diecimila euro per un master. Non li ho spesi io ovviamente, ma i miei genitori. Poi un anno in un’agenzia di pubbliche relazioni, poi sei mesi in una televisione privata, poi nell’ufficio stampa di una multinazionale che fa cioccolato.
Tornavo a casa e non ero nemmeno triste.
Ero venuto qui per l’isola e il vento, invece è sparito anche quello. Ho trentacinque anni e mi sembra già tardi per tutto.
I miei amici non li sento più. Uno si è sposato, l’altro si è trasferito in Cina. Uno ha fatto il calciatore, un altro si è suicidato.
L’anno prima di entrare in seminario mi hanno rubato due volte il motorino. Lo stesso. La prima volta l’ho ritrovato senza ruote, la seconda non lo più trovato. Ho iniziato a chiudere a chiave tutto.
Ho deciso di entrare in seminario in estate. L’estate non è un bel periodo. C’è troppa luce. Non si può stare con tutta quella luce a guardarsi in giro. Mi piaceva stare in seminario, si stava in pace.
Ma ho avuto paura di dire no. Ho paura di deludere chiunque con quello che faccio, con quello che dico. Vado da un’analista di nascosto, ho paura di deludere anche solo perché non sto bene. Speriamo che si alzi un po’ di vento che magari mi passa.
Potrei tornare da Giulia, forse non la tradirei più e magari lei ha anche smesso di fumare. Altrimenti rientro in seminario e ci rimango. Potrei fare il bibliotecario, mi piacciono i libri e ho buona memoria.
E dire che io da bambino volevo solo essere un supereroe.
Il legno scricchiola di nuovo. Ivan fa un respiro, o un sospiro, non lo so. Mi asciugo piano una goccia di sudore sulle tempie. La sua faccia scompare dalla grata. Sento che si alza e si allontana.
Io sono un lago di sudore, aspetto che i passi siano lontani poi apro appena la tenda viola. Ivan è già in fondo alla navata principale, si ferma davanti alla porta, si aggiusta l’abito lisciandolo con le mani e poi la apre.
Un’onda di luce lo illumina come un fulmine e una folata di vento gli fa volare la veste.".

(Il nostro fuoco è l'unica luce - Matteo Caccia)

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