novembre 21, 2012

Quanti ancora?

Omofobia, un ragazzo di 15 anni si impicca, a Roma: i compagni lo prendevano in giro a scuola e sul web

Insulti A Scuola
Si chiamava Davide, ma i compagni, per offenderlo, lo chiamavano il "ragazzo dai vestiti rosa". Aveva 15 anni, e a scuola lo prendevano in giro da più di un anno. Martedì si è tolto la vita. E’ tornato nella sua casa romana, dopo essere stato ripreso da un'insegnante per aver usato uno smalto per le unghie, e si è impiccato, con la sciarpa. Davanti al fratellino piccolo. Lo ha trovato il padre, quando ormai non c’era più niente da fare. Inutile chiamare i soccorsi.
Davide è morto di omofobia, ieri pomeriggio. Si è ucciso poco dopo le 17. Non ce l’ha più fatta a sopportare quegli insulti che lo perseguitavano da troppo tempo. I compagni lo denigravano da quando si era iscritto al liceo. A scuola. Ma anche sul web. Avevano creato una pagina Facebook, in cui lo prendevano continuamente in giro per i suoi modi di fare e anche per l’abbigliamento. Quella pagina era là, visibile a tutti, da dodici mesi. E questo Davide (il suo nome è di fantasia) lo sapeva bene. Ma, forse, aveva cercato di rassegnarsi. "Ragazzi ho scoperto di avere una canottiera rosa", scrivevano sul social network qualche mese fa, in riferimento al suo look. Avevano anche fornito indicazioni sulla zona in cui abitava e pubblicato sue foto - sicuramente senza il suo permesso. E martedì, quando si è presentato a scuola - in questi giorni occupata dai ragazzi di sinistra - con lo smalto, alcuni lo avrebbero anche chiamato "frocio". “Una professoressa lo ha ripreso”, raccontano alcuni suoi amici. Quel che è certo, è che Davide voleva solo essere se stesso. Così, una volta tornato a casa, nella zona della Colombo, ha preso la sciarpa e ha deciso di togliersi la vita. Il fratellino, che ha assistito alla scena, è sotto choc e viene ora seguito da una psicologa.
Il caso è affidato alla polizia, che, d'intesa con la magistratura, ha già iniziato ad indagare sul profilo Facebook che porta il nome della giovane vittima. L’ipotesi di reato potrebbe essere quella di istigazione al suicidio. Per questo si dovrà accertare chi abbia deciso di aprire quella pagina, nel novembre del 2011, al solo scopo di umiliare un ragazzo.
Secondo alcuni compagni di scuola Davide aveva anche problemi a casa. “I genitori non lo capivano”, ha detto qualcuno. Nel suo liceo, si è presentato ancheFabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, che da tempo è impegnato nel contrasto all’omofobia nelle scuole della capitale. “Una notizia del genere, purtroppo, non mi stupisce – commenta all'HuffPost – Casi di questo genere sono tutt’altro che rari e ci sono scuole dalle quali riceviamo numerose segnalazioni di insulti omofobi. Peccato che non tutti i presidi collaborino con noi. La formazione dei ragazzi è tutto”. "Al nostro numero verde (800-713713) chiamano, ogni anno, 20mila persone: di queste, il 60% è rappresentato da giovani sotto i 26 anni. Tutte persone che lamentano discriminazioni a scuola, all'università o in famiglia", fa notare Marrazzo. "Di questa vicenda - sottolinea infine - mi ha colpito il metodo scelto per togliersi la vita. Davide voleva farla finita e non voleva in nessun modo essere salvato. Alcuni suoi compagni si sentivano in colpa per non aver capito la situazione di disagio che stava vivendo".


(tratto da: http://www.huffingtonpost.it/2012/11/21/omofobia-si-impicca-studente-romano-15enne_n_2174031.html#postComment)

Vocazioni

- Don Ivan -

“Dovevo dire di no sull’altare. Quando il vescovo mi ha chiesto di promettere rispetto e obbedienza. Io gli ho risposto “lo pro
metto” e invece dovevo dirgli la verità, dovevo dirgli che non ero pronto a promettere niente. Che a trent’anni Dio è stato l’unico a prospettarmi un futuro, qualcosa che non fosse uno stage di sei mesi a rimborso spese. E ci sto provando in tutti i modi a credergli. A credere a quello che dico in questa chiesa e a farlo credere alle persone che mi ascoltano. Ma io non lo so cosa sia meglio per loro. Non lo so davvero. Io non sono un capo popolo, sono un prete, e quando mi tolgo la veste non sono più nemmeno quello. La mia unica religione è quella di stare qui e fare e ripetere la stessa cosa tutti i giorni. Ma sarebbe stato lo stesso rimanere a casa e lavorare ogni giorno a un’unica scrivania, o svegliarsi tutte le mattine affianco alla stessa donna. Che poi alla fine Giulia l’ho lasciata perché un giorno l’ho baciata e mi sono accorto che non sopportavo più il sapore di fumo nella sua bocca. Solo per questo. Non perché la tradivo, non perché litigavamo. Solo perché quella costanza quotidiana non avevo più la disciplina per sopportarla. - Ho speso diecimila euro per un master. Non li ho spesi io ovviamente, ma i miei genitori. Poi un anno in un’agenzia di pubbliche relazioni, poi sei mesi in una televisione privata, poi nell’ufficio stampa di una multinazionale che fa cioccolato.
Tornavo a casa e non ero nemmeno triste.
Ero venuto qui per l’isola e il vento, invece è sparito anche quello. Ho trentacinque anni e mi sembra già tardi per tutto.
I miei amici non li sento più. Uno si è sposato, l’altro si è trasferito in Cina. Uno ha fatto il calciatore, un altro si è suicidato.
L’anno prima di entrare in seminario mi hanno rubato due volte il motorino. Lo stesso. La prima volta l’ho ritrovato senza ruote, la seconda non lo più trovato. Ho iniziato a chiudere a chiave tutto.
Ho deciso di entrare in seminario in estate. L’estate non è un bel periodo. C’è troppa luce. Non si può stare con tutta quella luce a guardarsi in giro. Mi piaceva stare in seminario, si stava in pace.
Ma ho avuto paura di dire no. Ho paura di deludere chiunque con quello che faccio, con quello che dico. Vado da un’analista di nascosto, ho paura di deludere anche solo perché non sto bene. Speriamo che si alzi un po’ di vento che magari mi passa.
Potrei tornare da Giulia, forse non la tradirei più e magari lei ha anche smesso di fumare. Altrimenti rientro in seminario e ci rimango. Potrei fare il bibliotecario, mi piacciono i libri e ho buona memoria.
E dire che io da bambino volevo solo essere un supereroe.
Il legno scricchiola di nuovo. Ivan fa un respiro, o un sospiro, non lo so. Mi asciugo piano una goccia di sudore sulle tempie. La sua faccia scompare dalla grata. Sento che si alza e si allontana.
Io sono un lago di sudore, aspetto che i passi siano lontani poi apro appena la tenda viola. Ivan è già in fondo alla navata principale, si ferma davanti alla porta, si aggiusta l’abito lisciandolo con le mani e poi la apre.
Un’onda di luce lo illumina come un fulmine e una folata di vento gli fa volare la veste.".

(Il nostro fuoco è l'unica luce - Matteo Caccia)

Disattenzione


DISATTENZIONE
[di-sat-ten-zió-ne]:

Sostantivo femminile

Atteggiamento, abituale o episodico, di mancanza di partecipazione, di impegno, di interesse




  • 1 Mancanza di concentrazione SIN distrazione: fare qlco. con d.
  • 2 estens. Omissione, svista, lacuna o errore dovuti a distrazione: una d. che poteva costare cara; atto maleducato, privo di riguardo: commettere disattenzioni che offendono qlcu.
     
    •  (in un lavoro) distrazione; dimenticanza.



    Sbadataggine, negligenza.

    Esempio: fa molti errori di disattenzione  

    Sinonimi: imprevidenza, leggerezza.
    'disattenzione'
    Imprevidenza - sbadataggine - sbaglio - sventatezza - svista - distrazione - noncuranza - incuria
    Contrari: attenzione, diligenza, applicazione, precisione, scrupolo, zelo


ETIMO Derivato di attenzione, col prefisso dis-

DATA sec. XVII.


novembre 16, 2012

novembre 13, 2012

Ah, la crisi!


Farsi trascinare...



1     Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola, ma
Pinocchio gli voleva un gran bene. Di fatti andò subito a cercarlo a casa per
invitarlo alla colazione e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo
non c’era; tornò una terza volta, e fece la strada invano.
Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto
sotto il portico di una casa di contadini.
– Che cosa fai costì? – gli domandò Pinocchio avvicinandosi.
– Aspetto la mezzanotte per partire.
– Dove vai?
– Lontano lontano lontano.
– E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!…
– Che cosa volevi da me?
– Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?
– Quale?
– Domani fi nisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te e
come tutti gli altri.
– Buon pro ti faccia.
– Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia.
– Ma se ti dico che parto questa sera.
– A che ora?
– Fra poco.
– E dove vai?
– Vado ad abitare in un paese… che è il più bel paese di questo mondo:
una vera cuccagna!
– E come si chiama?
– Si chiama il Paese dei balocchi. Perché non vieni anche tu?
– Io? No davvero!
– Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove
vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole, lì
non vi sono maestri, lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia
mai. Il giovedì non si fa scuola, e ogni settimana è composta di sei giovedì e
di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo
di gennaio e fi niscono con l’ultimo di dicembre. Ecco un paese come piace
veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!

(Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi).

novembre 10, 2012

La Corte dei Miracoli

Giacomo Ceruti "Tre mendicanti"
Si trovava effettivamente in quella temibile Corte dei Miracoli, dove mai nessun uomo onesto era penetrato a quell'ora della notte; cerchio magico dentro al quale gli ufficiali dello Châtelet e le guardie della prevostura che vi si avventuravano scomparivano in briciole; città dei ladri, orrenda verruca sulla faccia di Parigi; cloaca dalla quale traboccava ogni mattina, e nella quale veniva a ristagnare ogni notte quel torrente di vizi, di mendicità e di vagabondaggio che sempre straripa nelle vie della capitale; mostruoso alveare dove di sera rientravano con il loro bottino tutti i calabroni dell'ordine sociale; falso ospedale in cui lo zingaro, il monaco
spretato, lo studente perduto, i farabutti di tutte le nazioni, spagnoli, italiani, tedeschi, di tutte le religioni, ebrei, cristiani, maomettani, idolatri, coperti di finte piaghe, mendicanti di giorno, si trasformavano di notte in briganti; in una parola, immenso spogliatoio dove si vestivano e si svestivano a quell'epoca tutti gli attori di quell'eterna commedia che il furto, la prostituzione e l'assassinio recitano sul selciato di Parigi.
Era una vasta piazza, irregolare e mal lastricata, come tutte le piazze di Parigi a quel tempo. Vi brillavano qua e là dei fuochi intorno ai quali formicolavano strani gruppi. Era tutto un andare, venire, gridare. Si sentivano risate acute, vagiti di bambini, voci di donne. Le mani, le teste di quella folla, nere sullo sfondo luminoso, vi stagliavano mille gesti bizzarri. A tratti, sul suolo, dove tremolava il bagliore dei fuochi misti a grandi ombre indefinite, si poteva veder passare un cane che somigliava ad un uomo, un uomo che somigliava ad un cane. I limiti delle razze e delle specie sembravano dissolversi in questa città come in un pandemonio. Uomini, donne, animali, età, sesso, salute, malattia, tutto sembrava essere in comune tra quella gente; tutto andava insieme, mischiato, confuso, sovrapposto; là ognugno era partecipe di tutto.

Tratto da "Notre Dame de Paris" di Victorio Hugo

Dubbi...

AI è il dittongo? Sì.

novembre 08, 2012

A proposito di Babilonia...


I was born in a system That doesn't give a fuck about you nor me nor the life. Don't be a victim of things I do to survive Because I've always knew Any good you Babilonians are. I was born in a system That doesn't give a fuck about you nor me nor the life. Don't be a victim of things I do to survive Because I've always knew Any good you Babilonians are. B-A-B-I-L-O-N-I-A