aprile 29, 2011

Il banchetto di nozze di William e Kate

Si è appena conclusa la funzione religiosa per il matrimonio dell'erede al trono d'Inghilterra, il principe William, e Kate Middleton. Gli sposi, e tutto il corteo reale al seguito, sono entrati a Buckingham Palace e subito dopo il fatidico bacio dal balconcino, si terrà il rinfresco per 650 ospiti e, a seguire, una cena più "intima", per trecento invitati. Il pranzo reale (preparato da 21 chefs, tra cui lo chef svizzero, Anton Mosimann, 64 anni, due stelle Michelin e cavaliere dell'Ordine francese al Merito Agricolo per la sua “cuisjne naturelle”, capitanati dal cuoco reale di corte Mark Flanagan), il wedding breakfast, sarà un rinfresco a buffet, per la difficoltà di far sedere un numero così cospicuo di persone: 10.000 differenti canapés (16 a persona circa), blinis, mini-rolatine di salsiccia, hors d'oeuvres, paté e Champagne. Lo Champagne ufficiale delle Nozze Reali sarà il Pol Roger. È la prima volta che la maison preferita da Winston Churchill (tanto che Pol Roger nel 1984 ha creato il “Cuvee Sir Winston Churchill”), apre i festeggiamenti. Tradizionalmente, ai matrimoni dei reali d'Inghilterra è sempre stato presente il Bollinger, scelta “imposta” da un editto della Regina Vittoria nel 1884 (c'era anche al matrimonio tra il Principe Carlo e Lady Diana Spencer nel 1981). Insomma, si beve francese, ma con un tocco in qualche modo "British", anche se preso alla larga...
Uno stuolo di camerieri servirà nelle 19 sale aperte del palazzo su vassoi d'argento, anche per motivi di etichetta. Niente effetti "cavalletta" o code di contesse e nobildonne dietro al buffet tra fritto, salumi e formaggelle o imbarazzanti piatti che ostacolano il naturale gesto di dare la mano per salutare, ma, anzi, l'idea dei finger food, che permette con due soli bocconi di ingurgitare il cibo, sembra aver avuto l'approvazione (o forse esplicita richiesta?) di sua maestà, la regina Elisabetta II.
Il ricevimento serale, tipicamente british, un formal dinner da seduti , invece, sarà un mix tra tradizione inglese e stimoli culinari più aggiornati: salmone affumicato e roast beef, bistecche al whisky e agnello in salsa alla menta. Budino di banana come dessert. Le torte nuziali saranno due: la prima a più piani, tutta di frutta, con decorazioni come lo stemma reale della coppia e fiori che rappresentano le nazioni che fanno parte del Regno Unito. E, a seguire, una torta al cioccolato, su ricetta segreta della famiglia reale.
Altra curiosità: è un menù a chilometro zero, privilegia l'ecosostenibilità con prodotti locali e di stagione. In linea con l'interesse per l'ambiente del principe di Galles, Carlo, il padre dello sposo, l'anima green della consorte, che prepara succulenti pranzetti per William dando molto spazio ai prodotti della terra, interesse già dimostrato dalla coppia Obama-Michelle all'indomani del loro insediamento a Whitehall.
Gli alimenti per il banchetto di stasera sono stati coltivati localmente in modo sostenibile; anche i fiori sono di stagione e le torte sono preparate con ingredienti biologici.
Tuttavia, il menu sarà scritto, come vuole la tradizione, interamente in francese, senza traduzione.
Le porcellane sono di un colosso del settore, il Guangxi Sanhuan Group, situata in una zona della Cina culla dell' arte cinese di modellare e disegnare i vasi che alla fine ha sbaragliato la concorrenza: il set completo sarà composto da 16 mila pezzi, tra cui piatti di portata, tazzine e salsiere. Su ciascuno di questi pezzi saranno raffigurati i due sposi all' interno di un cuore e con una frase da loro pronunciata. Io continuo a preferire Wedgwood.
Un omaggio all'Italia: i confetti sono i famosissimi di Sulmona.

aprile 23, 2011

Buona Pasqua da Venier


Le feste più importanti dell'anno non sono le stesse se non le si suggella con un' intensa dolcezza. Ancora una volta la Pasqua sarà accompagnata dalle prelibatezze di Luciano, titolare, ma soprattutto pasticcere di casa "Venier", in via Monte di Pietà, 20 a Torino. Solo ingredienti di ottima scelta e materie prime selezionatissime nella creazione di piccoli capolavori artigianali per il variegato mondo della pasticceria e della pralineria finissima del mastro pasticcere, che fa capolino da dietro la vetrina. Da rimanerci incollati!
Domani sera, per la cena di Pasqua, la tradizionale colomba e l'uovo di cioccolata elegantemente abbigliato con le sfumature dell'arancione e del verde concluderanno un menu leggero di pesce spada, sardine e salmone alla griglia. Accompagnato dall'immancabile champagne Mumm.
Auguri a tutti!

aprile 20, 2011

Traviata al Regio

Tornando dalla prova generale de "La traviata" al Teatro Regio di Torino, stasera, un pungente interrogativo si faceva strada nella mia testa: come mai, fin dall'incipit dell'opera gli spettatori hanno anticipato la morte di Violetta con dei colpi di tosse incessanti, prepotenti ed insopportabili, dando l'impressione di essere loro (e non Violetta) a morire di tisi prima della fine dello spettacolo? Non è la prima volta che lo noto. Accadde anche nelle due precedenti produzioni a cui ho assistito, Don Giovanni e Aida. Perché un coro di tosse e schiarimento di catarro vari si levano a teatro nei momenti meno appropriati, soprattutto nelle fasi ascendenti o discendenti delle varie arie? E' estenuante, nonché incomprensibile.
La prova generale è certamente la recita più importante, è vero, ci sono parenti, amici degli attori e dei musicisti, giornalisti, addetti ai lavori, esperti e melomani, tuttavia perché si sente sempre in questo caso, tra le fila di poltrone, una puzza opprimente di capelli sporchi, di vecchio, di casa sporca misto a canfora e naftalina? Meno male che ogni tanto tra le zaffate lancinanti faceva capolino la nuvola del mio profumo, "Parisienne" di Yves Saint Laurent!
Torniamo al melodramma. Allora, parlo ovviamente da profano: essendo la mia prima Traviata mi aspettavo un "Libiamo nei lieti calici" tra stucchi, arazzi, cristalli e tavole apparecchiate alla Gattopardo di Visconti. Avendo poi visto, in immagini di repertorio, le messe in scena barocche di Zeffirelli, mi ha deluso una scenografia alquanto lugubre, piatta, squadrata, potrei dire "moderna". Magari, per chi stasera vedeva la sua ennesima Traviata avrà trovato innovativo lo sfondo. Io no. Ho sperato nel secondo e terzo atto, ma invano. Nel secondo, per riproporre l'atmosfera agreste della casa di campagna è stato aggiunto nel proscenio, su alcuni grossi cubi, del finto prato verde e un albero simil quercia, ben fatto a dire il vero, ma niente più, e, nel coro di "Noi siamo zingarelle", un grosso lampadario ha simboleggiato la festa per il carnevale . Nel terzo, tante lenzuola bianche, a coprire gli immensi cubi di cui sopra, rappresentavano egri talami, di foscoliana memoria. Insomma, con piccoli accorgimenti, si cambiava quadro. Io rimango sempre ancorato ad un teatro di stampo classico, shakespeariano, con il balconcino in "Romeo e Giulietta", il bosco incantato per "Il lago dei cigni", e così via. E' un mio limite, lo so.
La celebre ouverture di Verdi ha visto l'entrata in scena di personaggi nero vestiti, due che reggevano una bara nera e altri con ombrello nero che seguivano il feretro a descrivere un funerale di lì da venire.
Non mi è piaciuta per niente la gestualità dei personaggi, soprattutto della protagonista: il vestito eccessivamente scollacciato e aperto sul davanti da uno spacco vertiginoso
(e per giunta, di colore ciclamino accecante) non ha aiutato il soprano nella ricerca della grazia e dell'eleganza dei movimenti. Anzi, l'attrice si accasciava a terra a più non posso, anche scalza che, per essere un'opera ambientata a metà Ottocento, risulta alquanto inimmaginabile un simile atteggiamento, laddove veniva considerato peccato già solo mostrare la caviglia. Ad un certo punto, nella parentesi bucolica, entra in scena addirittura in pantaloni e con un'improponibile camicia bianca che apriva ansiosamente su un corsetto, come a sventolarla, per farsi aria. Incomprensibile, davvero. Ma chi l'ha detto che "La signora delle camelie" debba essere una gentile, elegante, fragile cortigiana? Non di certo questo regista che l'ha voluta prostituta, sfacciata e volgare.
Per farla breve, una mise en scene a metà strada tra "Alice nel paese delle meraviglie" e un Can Can da Belle Époque non ha convinto; più persuasiva la direzione musicale, forse leggermente rallentata rispetto alla tradizione, e le voci che spiccano per perfezione e chiarezza, tra tutte, quella del coro e della protagonista (quella del primo gruppo ha dato forfait per indisposizione...), Silvia Dalla Benetta, che viene osannata da una cascata di applausi a fine rappresentazione. Un tripudio di "brava" si alza a fine "Addio, del passato", meritatissimo, anche nella recitazione, che qui ha avuto il suo acme.

aprile 08, 2011

Dentro la notizia



Torno ora da "La Stampa" con i miei compagni di università del corso "Newsmaking e linguaggio giornalistico", tenuto dal prof. (e anche giornalista del quotidiano torinese) Alberto Sinigaglia, grazie al quale abbiamo potuto fare una visita esclusiva. Ci siamo ritrovati tutti alle 22 nella sede di via Correggio per visitare la redazione e ci siamo spostati in un secondo tempo nello stabilimento di via Giordano Bruno per guardare le rotative, il giornale che intorno alle 23,30 stava per essere materialmente stampato e imballato.
Impossibile fare foto. Gravissimo! Per questo ne ho fatte alcune all'esterno del secondo edificio e al giornale ricevuto in regalo a fine visita. Ed è un vero peccato perché era tutto molto interessante da fotografare o anche da videoriprendere. Ma tant'è!
In un corridoio che ci portava in un open space con delle scrivanie sistemate a isola per permettere ai giornalisti di parlarsi da una parte all'altra, appesi al muro, alcuni quadri di prime pagine facevano bella mostra di sé.
Dalla prima pagina del primo numero della "Gazzetta piemontese" (così si chiamava in origine) del 9 febbraio 1867 ad altre prime pagine memorabili. Cambio di nome il 12 novembre 1918, "La Stampa". Altro cambio, "La nuova Stampa", il 6 giugno 1946. Di nuovo "La Stampa" il 5 ottobre '57. Prime pagine storiche: l'uccisione del giornalista Carlo Casalegno, l'elezione di Wojtyła, l'assassinio di Kennedy
.
Sono venuto a conoscenza di nuovi termini come menabò, lo schema della pagina, o timone, lo schema della pubblicità. Di altri che necessitano di un chiarimento più approfondito e di una ricerca su wikipedia come "manchette", sempre che si scriva così...Sì, si scrive così (il Sabatini-Coletti dice: "
manchette s.f. fr. (pl. manchettes); in it. s.f. (pl. orig.), 1 Nota in margine; postilla a lato della testata di un giornale, 2 Fascetta pubblicitaria sulla copertina di un libro• a. 1918").

La Stampa è il terzo quotidiano più letto d'Italia dopo il Corriere della Sera e di Repubblica, diffusione che avviene in maggioranza nel nord-ovest d'Italia, Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria.

Esiste un archivio completo nel caveau sotterraneo, che non abbiamo visitato, con tutte le copie dal 1867 ad oggi, mentre alla biblioteca Nazionale di Torino ve n'è uno incompleto. Tuttavia adesso è possibile consultare un archivio completo online, totalmente gratuito.
Nella conservazione delle copie, soprattutto per le più antiche, si inserisce un foglio di riso tra le pagine poiché l'amido rilasciato assorbe l'umidità, proteggendole.
L'archiviazione viene effettuato in tre modi: cartaceo, elettronico e con microfilm (ancora utilizzato perché finora sembra essere il più sicuro).
La carta utilizzata è prevalentemente norvegese e tedesca. Si usa carta proveniente dai paese scandinavi, anche dalla Danimarca; paesi scelti a seconda della convenienza economica. Non è, però, infrequente l'uso di carta italiana di Burgo o Fabriano.
Il materiale non è completamente vergine, né 100% riciclato, per un'ottima resa finale e per migliorare l'assorbimento dell'inchiostro. Vi lavorano circa 30 tecnici, i quali montano le lastre per le rotative o hanno "solamente" il compito, ancorché fondamentale, di effettuare controlli di manutenzione frequenti delle macchine per scongiurare intoppi o blocchi delle macchine. Di fatti, nella partenza e nel riavvio delle rotative si sprecano numerose copie, circa 200 alla volta, e che verranno mandate al macero. La carta riciclata non potrà essere riutilizzata per il giornale, ma servirà, ad esempio, come involucro delle bobine.
Le bobine devono avere la stessa grammatura, per evitare che le macchine si possano inceppare. Nello stabilimento di via Giordano Bruno arriva, tramite un sistema esclusivo dell'azienza, l'edizione del giorno verrà stampato su lastre di alluminio attraverso un sitema planografico e indiretto. Come si fa per lo sviluppo della fotografia, negativo/positivo. Le zone in cui l'inchiostro si fissa sono quelle scure, le parti bianche quelle in cui scivola via. La stampa è in quadricromia e servono 4 lastre per ogni coppia di pagina. Si utilizza, dunque, moltissimo alluminio. Per non causare eccessivo inquinamento, viene anch'esso riciclato per altro uso: cuki, impianti di aerazione, pentole.
3 torri di inchiostrazione; 12 metri al secondo è la velocità di stampa: ogni volta che si strappa la carta bisogna fermare tutto. La linea di distribuzione si chiama "carosello", una sorta di tapis roulant sul quale i pacchi vengono spinti e incanalati in aree di carico da parte dei camion, pronti per la distrubuzione. Sulla sommità del pacco viene apposto un foglio, "piazzetto", col nome del destinatario.
Altre cifre ragguardevoli: 80 bobine al giorno, circa 19 km di carta, a 600 euro a bobina, vale a dire 50 mila euro al giorno, esclusi inchiostro, alluminio e mano d'opera. Per un totale di 150 mila euro, spicciolo più spicciolo meno. La tiratura media del quotidiano di Torino è di 300 mila copie in media, cioè 300 mila euro. Se pensiamo ancora agli stipendi del personale, dei giornalisti, dei redattori, dei caporedattori, dei direttori e dei vice, alle spese degli inviati, arriviamo pari pari. Beh, certo c'è la pubblicità. Molta. Non può superare il 47%, grazie a Dio! Certamente non più del 50% (sic!). Ah, poi ci sono i finanziamenti pubblici...









aprile 06, 2011

Il sapore dell'infanzia

Ormai le madeleines di Proust si scomodano fin troppo sovente per descrivere come il gusto possa essere uno strumento che aiuti a risvegliare dei ricordi remoti e sopiti. Lo scrittore, nel paragrafo "Combray", capitolo "Dalla parte di Swann", nell'epico libro "Alla ricerca del tempo perduto", fa riemergere un mondo intero attraverso una tazza di tè e un piccolo dolce a forma di conchiglia. Il protagonista ricorda un particolare momento della sua infanzia: "Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro o il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po' di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate « maddalenine», che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d'una conchiglia. Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d'un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me. era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E' tempo ch'io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d'interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per.una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce. E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l'evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarvi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l'impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l'udito e l'attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma, sentendo come l'animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d'un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto; di nuovo gli metto di fronte il sapore ancora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità, non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate. Certo, ciò che palpita così in fondo a me dev'essere l'immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l'inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chiederle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti. Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'attimo antico che l'attrazione d'un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento più nulla, s'è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre? Debbo ricominciare, chinarmi su di lui dieci volte. E ogni volta la viltà, che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa importante, m'ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani, che si possono ripercorrere senza fatica. E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray ( giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio".

Così, passare davanti alla pasticceria "Venier" ed essere sommersi da un profumo inebriante di cacao, di vaniglia, di burro, mi catapulta con la memoria ad un tempo in cui, da ragazzo, passavo davanti ad una caffetteria cara ai torinesi, il mitico "Bar Zucca" , oggi scomparso, e la fragranza appetitosa dei croissants in bella mostra in vetrina mi obbligava a fermarmi ad acquistarlo. Il padre del mio amico Andrea, Luciano, pasticcere di elevata professionalità, prepara dei croissants molto simili a quelli della signora Zucca, che aveva un primato mai eguagliato anche molti anni dopo lo smantellamento del bar di via Roma.
Non aggiungo elogi alla squisita pasticceria, alla raffinata pralineria, ai meravigliosi marrons glacés che caratterizzano il Natale, le torte, la Sacher..., usando ingredienti di primissima qualità. Ha, indubbiamente, preso il posto di altre pasticcerie che frequentavo da adolescente: "Mascarello" e i suoi chantilly, anche al cioccolato, (o forse una ganache al gianduja), "Fabbris", entrambi in via Stradella (zona in cui vivevo) , la "Spes" (gestita dai frati cappuccini della Chiesa Madonna di Campagna) di via Saorgio, produceva il gelato al cioccolato e i savoiardi più buoni che io abbia mai mangiato in tutta la mia vita o il gelato della domenica di "Dezzuto" e di "Fiorio".
Da "Venier" in via Monte di Pietà 22, è certamente una punta di diamante di altissimo valore tra le tante pietre preziose della pasticceria di Torino.








aprile 02, 2011

Parisienne - YSL




















Il nuovo acquisto del giorno è "Parisienne" di Yves Saint Laurent. Finalmente! Però, perché il flacone eau de parfum è da 90 ml e non da 100 come sempre?
Una rivisitazione giovanile del classicissimo evergreen "Paris" sempre del couturier parigino che ha lasciato orfana la moda nel 2008; uno dei più famosi e conosciuti stilisti del '900. Un po' quello che Chanel ha fatto con "Coco Mademoiselle" reinterpretando il datato, e più da madame, "Coco".
La rosa, sempre centrale nel bouquet, inebria intensamente l'olfatto, mentre si fanno strada altre fragranze dolci e zuccherose, di caramella alla mora, alla fragola, al mirtillo che emergono fino a smorzarsi col sandalo, col patchouili e col vetiver, solitamente fragranze riservate ai profumi maschili, che caratterizzano e sottolineano la virilità. Adolescenziale la testa, ultrafemminile il cuore, maschile nella coda.

http://it.wikipedia.org/wiki/Yves_Saint_Laurent
http://ysl-parisienne.com/it#/it/gamma/parfum/