aprile 25, 2010

Wallpapers

Mi sono imbattuto in un sito interessante di wallpapers e ho scelto tra le numerosissime foto mozzafiato. I siti sono questi:
- http://wallbase.net/
- http://betws-y-coed.deviantart.com/

Ecco quelle che ho scelto io:

































aprile 22, 2010

Dante ( quinta lezione, audio 24): De Vulgari Eloquentia

Per quanto riguarda la storia della lingua italiana Dante scrive questo brevissimo testo, 19 capitoli il primo libro e 14 il secondo, pone all'inizio di questo suo trattato delle questioni che sono di filosofia del linguaggio, fa osservazioni di enorme interesse di natura socio-linguistica; il secondo libro è un saggio di stilistica-retorica straordinariamente interessante poiché c'è un abbondantissimo numero di esempi di citazioni da poeti che sono poeti provenzali e di alcune aree italiane. L'opera è annunciata nel Convivio (capitolo V, Primo trattato) di un'opera che intende comporre sull'eloquenza volgare. Siamo negli anni dell'esilio, con buona approssimazione, composto tra il 1304-05, quest'opera ha un tradizione manoscritta ridottissima a fronte delle centinaia di codici che si tramandano, non solo della Commedia, ma anche della Vita Nuova, i codici del De Vugari sono essenzialmente 3, forse perché quest'opera, proprio per il carattere incompiuto è rimasta praticamente ignorata; siamo sicuri della paternità dantesca che è stata tuttavia molto discussa soprattutto nel '500 perché se ne hanno delle testimonianze antiche sia di Giovanni Villano, ma anche della più autorevole di Giovanni Boccaccio. Il titolo si ricava da una citazione di Dante stesso, alla fine del primo libro, capitolo XIX Dante scrive "E poiché mia intenzione trattare insegnare la teoria dell'eloquenza volgare". Dante è consapevole dell'assoluta novità della sua opera e anche della sua autorevolezza nel proporle; è un'opera che mostra al grado più alto, più compiutamente sistematico, questo modo della forma, della modalità, del ragionamento di Dante attraverso questa continua argomentazione di tipo contrastivo. La prima rima è molto solenne : "Cum neminem ante nos de vulgaris eloquentie doctrina quicquam inveniamus tractasse": ecco la solennità e la proclamazione di questa assoluta novità della sua opera: "Nessuno prima di me ha trattato la teoria dell'eloquenza volgare". E' un trattato che nella prima parte affronta tramite il ragionamente dantesco che parte dalla radice e poi mano a mano si articola, in sostanza il primo problema è (dell'eloquenza volgare ne parla a partire dal capitolo decimo):
1) Che cosa è il linguaggio
2) Quando e perché l'uomo ha parlato
In quanto il linguaggio è la faoltà che distingue l'uomo dall'animale; quindi c'è in ciò la facoltà distintiva degli uomini rispetto agli animali. Questa riflessione così organica, così sistematica, si appoggia al dettato tipico. Dante segue lo schema, la narrazione della Genesi affermando che Dio ha concesso all'uomo la facoltà del linguaggio che, dice Dante, è un dono di Dio. In quanto dono di Dio e creato con l'uomo anche la facoltà del linguaggio dovrebbe essere perfetta. Perché Dante fa discendere, risale alla creazione dell'uomo e dall'atto della creazione fa discendere tutta una serie di conseguenze? Perché il problema che già affrontato nel Convivio è quello di spiegare, giustificare, la straordinaria variabilità e mutevolezza delle lingue. Il fatto che le lingue mutino, che le lingue siano diverse tra di loro, intanto la diversità delle lingue e poi la variabilità interna delle lingue viene scritta da Dante ma è un concetto che in realtà dura da moltissimo fino alla linguistica moderna è vista come un segno di inferiorità, come una sorta di macula, di macchia di peccato. Nel De Vulgari Dante afferma che il linguaggio di Adamo è l'ebraico e la prima parola detta dall'uomo è una parola di ringraziamento al Creatore, dice Dante è "EL", cioè Dio; questa lingua adamitica rimane per Dante incorruttibile, perfetta; da questa lingua unica, adamitica, perfetta è discesa questa modificazione delle lingua, questa confusione delle lingue, questo tracollo (lo dice la Genesi) per un peccato di superbia promosso dal gigante Nerbrot che ha prodotto la confusione delle lingue e la babele linguistica. Ancora oggi nel nostro linguaggio sono termini che hanno una connotazione negativa: la confusione delle lingue, "la babele linguista", interpretati da Dante come marchi del peccato. Si è perduta questa caratteristica della perfezione, della incorruttibilità. In seguito alla punizione di Dio della costruzione della Torre di Babele, in cui appunto artigiano, operaio, usa un linguaggio diverso: carpentieri, fabbri, muratori, cosicchè naturalmente è impossibile la comunicazione tra un ambito di lavoro e l'altro, tra un artigiano e l'altro, a questa primitiva moltiplicazione delle lingue ne discende anche il fatto, altro retaggio di questo peccato di superbe, che le lingue mutano nel tempo e nello spazio. Questa è una delle più alte attribuzioni linguistiche fatta da Dante, appunto la mutevolezza nello spazio e nel tempo delle lingue. Da questa premessa ne discende anche la confusione di giudizio che ne trae Dante. Innanzitutto lui definisce la lingua volgare; qui volgare, nella prima parte del libro, non vuol dire "l'italiano", vuol dire "la lingua naturale", quindi "ogni lingua naturale". Il rimedio a questa impossibilità di comunicazione è stato, secondo Dante, escogitato dai dotti che hanno costruito a tavolino una lingua artificiale, quella che chiama la "Grammatica" che rimane immutata: da una parte ciò che è negativo, la mutevolezza, la confusione, la moltiplicazione dall'altra parte non corruttibile e ciò che è prodotto dal pensiero: "...che chiamo lingua volgare quella a cui i bambini si abituano ad opera di coloro che stanno attorno quando incominciano ad articolare le parole. Più brevemene si può dire che si chiama lingua volgare quella che impariamo imitando senza alcuna regola la balia"..."che impariamo in un secondo tempo la quale i romani chiamarono "Grammatica"...E' una lingua totalmente artificiale, è una lingua composta, creata a tavolino, una lingua che richiede studio, applicazione, fatica. Ne consegue da qui il giudizio: delle due, e capovolge tra l'altro il giudizio del Convivio, la più nobile è la lingua volgare; per prima cosa perché è stata la prima usata dal genere umano; per seconda cosa perché ne fa uso il mondo intero, anche se divisa in diverse pronunce e parole. Infine essa è per noi naturale mentre l'altra ha un'origine piuttosto artificiale. Argomento di questo trattato sarà proprio il volgare che è la lingua nobile. Il giudizio tra latino e volgare è completamente capovolto rispetto a quanto aveva affermato nel Convivio, ma questo capovolgimento, questa modificazione, è in realtà è un mutamento di posizione, il binomio latino-volgare e quindi arte-uso nel De Vulgari propone come opposizione tra ciò che è convenzione e ciò che è naturale. La lingua volgare è lo strumento primario della comunicazione umana. Il latino rappresenta uno stadio successivo, quello che aveva descritto nel Convivio, ciò che proprio la lingua volgare l'aveva introdotto alla scienza, alla dottrina e quindi anche allo studio del latino. La prima parte è è tratta risalendo all'origine della lingua naturale asserendo che solo l'ebraico conserva la sua identità, è inalterabile; invece dalla costruzione della Torre di Babele si è avuta questa confusione. Dante ha la consapevolezza che anche in una stessa città, in uno stesso luogo, la lingua muta nel tempo e nello spazio; e dà due esempi, capitolo IX nel quale spiega le ragione della mutevolezza delle lingue è correlata alla mutevolezza dell'uomo: "dato che l'uomo è un essere estremamente mutabile e mutevole, la lingua non può essere né stabile né continua; è necessario che la lingua cambi in rapporto agli spazi di luogo e di tempo così come le altre cose che sono nostre ad esempio
le abitudini e le mode". Affermazione che assolutamente è legittima. In questo stesso capitolo fa un'osservazione interessantissima poiché nota che"...ciò che ancora più strano gente che abita nella stessa città come i bolognesi di Borgo San Felice e i bolognesi di Strada Maggiore possono avere delle differenze di lingua cosa che è assolutamente vera. Sono diverse nel parlare persone che abitano vicino come i milanesi e i veronesi che sono in aree linguistiche contigue, ma anche da zona a zona i dialetti mutano, come i romani e i fiorentini e inoltre chi è accumunato dalla stessa razza come i napoletani e quelli di Gaeta, i ravennati e i faentini: discende dal più generale al particolare, e fa l'esempio di Bologna di due quartieri della città che hanno differenze linguistiche. La stessa cosa Dante nota nel tempo e nello stesso luogo: "se gli abitanti morti di Pavia risorgessero dopo molti anni non capirebbero una lingua cambiata e diversa rispetto ai moderni abitanti". Una realtà da lui direttamente esperita, da lui conosciuta perfettamente, che gli permette di formulare questa intuizione straordinaria e cioè che nell'arco di 100 anni le lingue mutano. Altra acquisizione fondamentale di Dante nel De Vulgari (per lui il latino non è la lingua-madre delle lingue romanze, ignora questa che è un'affinità genetica, il latino non è mai stata una lingua viva, una lingua parlata, per lui rimane sempre una lingua artificiale, una lingua scritta dai dotti per ovviare alla mutevolezza e alla confusione delle lingue; ciò non toglie che lui coglie perfettamente l'affinità delle lingue romanze); dopo la construzione della Torre di Babele è accaduto che vi è stata una dispersione, una diaspora di popoli, di lingue, nella concezione di Dante questa diaspora si riconduce a tre grandi gruppi linguistici: usa sempre la stessa formula, lo stesso sintagma, parla proprio di "idioma tripharium", di una lingua che ha 3 grandi gruppi. Quando viene a parlare di Europa individua tre grandi gruppi linguistici europei: uno è il greco, l'altro sono le lingue germaniche e infine l'idioma trifarium dell'Europa occidentale e meridionale; questa zona dell'Europa è composta dai gruppi: langue d'oil del nord della Francia, langue doc e lingua del Sì. E' di enorme importanza poiché pur non avendo la nozione di un'origine comune, che derivano dal latino, che hanno come matrice comune il latino, pur non avendo questa nozione egli coglie perfettamente l'affinità che c'è tra le lingue romanze. "Come si è detto più sopra, il nostro idioma si presenta ora come triforme, e all'atto di svolgerne un confronto interno secondo la triplice forma sonora in cui si è risolto, l'esitazione con cui maneggiamo la bilancia è così grande che non osiamo nel confronto anteporre questa parte o quella o l'altra ancora, se non forse in base a questo fatto, che i fondatori della grammatica hanno evidentemente preso come avverbio di affermazione sic: il che sembra attribuire di diritto una certa preminenza agli Italiani, che dicono sì": dopo una dichiarazione di assoluta oggettività, scientifica, fa questa precisazione che naturalmente è fatta al fine di dare la palma alla lingua del sì. Usa delle forme di cautela. La preminenza degli italiani che è affermata da una certa cautela. "i fondatori della grammatica hanno evidentemente preso come avverbio di affermazione sic: il che sembra attribuire di diritto una certa preminenza agli Italiani, che dicono sì. E in effetti ciascuna delle tre parti difende la propria causa con larghezza di testimonianze. Dunque: la lingua d'oïl adduce a proprio favore che, per la natura più agevole e piacevole del suo volgare": la letteratura d'oil è la letteratura dei grandi cicli epici e il canto V, quello di Francesca, è un canto dove vengono chiamati in causa le grandi tesi letterarie. E' una gallerie di figure prettamente letterarie, versi 67 e seguenti: "Vedi Paris, Tristano": ora Tristano è uno dei grandi eroi del ciclo bretone, dei cavalieri della tavola di Re Artù e naturalmente uno dei testi di questo ciclo bretone è additato da Dante come la causa scatenante dell'adulterio tra Paolo e Francesca, proprio la lettura del romanzo di questa tranche di vita, cioè l'amore di Lancillotto e Ginevra. E' chiamato in causa il libro: "Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse": il mediatore dell'incontro tra Lancillotto e la regina Ginevra è proprio "galeotto". "Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse": non solo qui Dante ricorda i grandi cicli epici e sottolinea il fatto che i grandi cicli epici e la prosa volgare nasce in France esattamente nella lingua d'oil. Quando egli dice che la langue d'oil può pretendere di avere la palma poiché tutto quello che è stato scritto in langue d'oil ha assolutamente ragione; tra l'altro è un topos: il fatto che il francese fosse ritenuto "langue plus delitable à lire" dell'italiano, questo lo scrive anche Brunetto Latini (langue...de la clarté...de la verité...soignée), maestro di Dante. Era un'opinione comune che il francese avesse una gradevolezza rispetto al volgare italiano. Tra l'altro la Bibbia con le imprese dei troiani e dei romani e le bellissime avventure di Re Artù. Temi che avevano una grande popolarità: le gesta di Troia, di Roma; sono delle compilazioni di tipo avventuroso-divulgativo, di grande consumo. "L'altra a sua volta, cioè la lingua d'oc, usa come argomento a suo vantaggio che i rappresentanti dell'eloquenza volgare hanno poetato dapprima in essa, come nella lingua più dolce e più perfetta": prosa langue d'oil, poesia langue d'oc; usata dai primi poeti toscani. Nel secondo libro sono alquanto numerosi, non quantitativamenti, non sono moltissimi i poeti provenzali che Dante cita, ma conosce codici di canzonieri provenzali. "Infine la terza lingua, quella degli Italiani, afferma la propria superiorità sulla base di due prerogative: in primo luogo perché coloro che hanno poetato in volgare più dolcemente e profondamente, come Cino Pistoiese e l'amico suo, sono suoi servitori e ministri;": lo stile è anche di una profondità di pensiero maggiore. Costoro sembrano appoggiarsi maggiormente alla grammatica; i grandi pensatori tengono più conto, sono più aderenti alla grammatica che è argomento della massima importanza. Dante non uso mai la parola "italiano", usa per definire l'area del sì. In questi appunti di Dante c'è non soltanto una consapevolezza di un'affinità tra le lingue romanze: italiano, francese e provenzale, ma anche propone le coordinate precise; sono storiograficamente ineccepibili. La poesia romanza nasce coi provenzali, la prosa romanza anticipa la letteratura sia in langue d'oc sia in langue d'oil precede di almeno 150 anni la nascita della letteratura italiana. Le coordinate che indicato Dante sono esatte. Questo trattato affronta problemi che sono di natura squisitamente linguistica e retorico-letteraria e anche la prima carta dei dialetti italiani; Dante ne dà un abbozzo assolutamente straordinario. Dante divide le varietà dialettali dell'Italia seguendo la dorsale appenninica: lo spartiacque è dato dalla catena degli Appennini; inoltre nella rassegna la sua prospettiva è dal basso verso l'alto: dalla Sicilia alle Alpi; questo fa sì che quando lui parla e descrive le varietà dialittali, l'Adriatico è a destra e le regioni tirreniche risultino a sinistra proprio perché guarda l'Italia da nord a sud. Individua 14 grandi aree dialettali. Le regioni di destra sono: la Puglia, ma non tutta, Roma, il ducato di Spoleto; mentre dall'altra parte ci sono: la Marca d'Ancona, la Romagna, la Lombardia (che non è la regione che intendiamo oggi, ma tutta la pianura padana, la marca di Treviso con Venizia; le isole del mar Tirreno, cioè la Sardegna e la Sicilia vanno associate alla parte di destra. "Ora in entrambe queste due metà, e relative appendici, le lingue degli abitanti
variano: così i Siciliani si diversificano dagli Apuli, gli Apuli dai Romani, i Romani dagli Spoletini, questi dai Toscani, i Toscani dai Genovesi e i Genovesi dai Sardi; e allo stesso modo i Calabri dagli Anconitani, costoro dai Romagnoli, i Romagnoli dai Lombardi, i Lombardi dai Trevigiani e Veneziani, costoro dagli Aquileiesi e questi ultimi dagli Istriani. Sul che pensiamo che nessun italiano dissenta da noi": riprende il ragionamento che anche aree limitrofe, confinanti, hanno delle varietà linguistiche diverse. "Ecco perciò che la sola Italia presenta una varietà di almeno quattordici volgari. I quali poi si differenziano al loro interno, come ad esempio in Toscana il Senese e l'Aretino, in Lombardia il Ferrarese e il Piacentino; senza dire che qualche variazione possiamo coglierla anche nella stessa città, come abbiamo asserito più sopra nel capitolo precedente. Pertanto, a voler calcolare le varietà principali del volgare d'Italia e le secondarie e quelle ancora minori, accadrebbe di arrivare, perfino in questo piccolissimo angolo di mondo, non solo alle mille varietà, ma a un numero anche superiore": avvalora l'affermazione che tra generazione e generazione, tra padre e figlio, ci siano differenze. Il ragionamento muove sempre alla equità dotta. Il primo libro, argomento importante per capire quale fosse il disegno dell'opera, Dante fa un'affermazione che rientra questo percorso, il particolarismo linguistico che si coglie addirittura all'interno di una sola famiglia.
Lo scopo di Dante è di passare in rassegna i volgari italiani, per passarli al setaccio, per cercare in una di queste aree linguistiche il volgare adatto allo stile più alto, cioè al volgare illustre, cardinale, aulico, curiale, cioè il volgare più bello, il volgare comune a tutta l'Italia che deve rispondere a questi criteri: illumina, che è segno della reggia, aulico alto dell'imperatore, cardinale cioè perno. Ma in realtà Dante pensa al linguaggio della poesia, il fine letterario di Dante è quello più importante. Il suo setaccio, il suo vaglio è sempre fatto in base a ragioni letterarie. C'è questa oscillazione tra considerazioni più squisitamente linguistiche e considerazioni di carattere di gusto personale, su scelte proprie. Ogni volgare viene bollato con termini anche a livello di turpiloquio, questa sofferenza, questa condanna verso volgari reputati non adatti.

(Ricordo sempre che sono solo APPUNTI, sbobinando dei file audio delle lezioni: mi scuso in anticipo per errori o per parti prive di significato)

aprile 13, 2010

Il tè (interessante approfondimento a cura di Paolo Griffa - (Tutti i diritti riservati - Copyright © 2010 All Rights Reserved)

Con il tè si può accompagnare qualsiasi tipo di pietanza.
Proprio come accade per il vino, il tè può esaltare il sapore di certi piatti se giustamente abbinato.
Individuare l’abbinamento ideale fra tè e cibo significa analizzare entrambe le componenti da un punto di vista organolettico per individuarne gli elementi distintivi e successivamente combinarli in modo armonico tra loro, ottenendone uno sprigionarsi di sensazioni saporifere appaganti.

Negli abbinamenti fra tè e cibo non ci sono regole fisse perché essendo il tè un’infusione, si possono ottenere sfumature differenti di aroma della stessa miscela allungando o riducendo il tempo d’infusione stesso, aumentando o diminuendo le dosi di prodotto utilizzato, la qualità delle foglie, che di volta in volta possono variare durante l’arco dell’anno e alla tipologia di acqua utilizzata.

Esistono in ogni caso dei criteri base utili ad ottenere abbinamenti piacevoli ed efficaci.

- Abbinamenti per contrapposizione: la bevanda scelta deve suscitare sensazioni opposte a quelle del cibo. Ad esempio una pietanza grassa si sposa bene con un tè leggermente acido e sapido, che, contrastando l’untuosità residua del cibo, ripulirà la bocca.

  • Abbinamenti per affinità: a dei sapori sprigionati da un cibo devono corrispondere affini caratteristiche del tè. Con il dolce di certi dessert, è preferibile assecondare il contenuto zuccherino e orientarsi su tè leggermente dolci ed astringenti come si presenta il Ceylon, caratterizzato da un leggero retrogusto di malto.

Facendo invece un’analogia con il mondo del vino, i tè bianchi e dall’infusione limpida e soave ed i tè verdi, non fermentati, quindi ricchi di proprietà minerali e dal sentore vegetale, corrispondono ai vini bianchi e si sposano bene con piatti leggeri e delicati per esempio a base di pesce e crostacei, verdure e carni bianche. I tè fermentati, più caldi e con note speziate, sono assimilabili ai vini rossi e quindi si abbinano bene ai cibi più saporiti e corposi come le carni rosse.

Il lessico utilizzato per la degustazione dei tè differisce però da quella del vino dove troviamo l’utilizzo di particolari aggettivi più congrui e pertinenti:


Aspro: tè dal gusto amaro e duro, con poca forza, dovuto ad appassimento insufficiente.

Brillante: tè fresco e vivace, dotato di buona persistenza.

Colorato: tè che assume un’intensa colorazione.

Comune: tè leggero e scarno, privo di qualità di spicco.

Corpo: l’infuso ha forza, non è magro, né debole.

Corrotto: gusto spiacevole che il tè può prendere dalle sostanze chimiche usate nella coltivazione o a causa dell’umidità eccessiva o della contaminazione durante il trasporto.

Fragrante: tè che mostra un gusto distintivo.

Granuloso: tè fanning e dust ben fatti.

Grigio: tè dalla foglia grigia dovuta a un’eccessiva frantumazione o abrasione durante la selezione finale, per cui le foglie perdono la naturale patina che le riveste.

Grossolano: infuso che ha forza ma di bassa qualità.

Irregolare: tè le cui foglie hanno dimensioni diverse.

Magro: tè con scarsa forza a causa di un pesante appassimento, un arrotolamento insufficiente o un’eccessiva temperatura durante quest’ultima operazione.

Maltato: tè il cui gusto ricorda il malto. È una qualità dei tè ben fatti.

Maturo: antonimo di verdastro e aspro.

Ottonato: tè di sapore amarognolo e metallico, che ricorda appunto l’ottone.

Piatto: tè che si è guastato, che ha preso troppa umidità.

Penetrante: tè corroborante.

Pungente: tè astringente senza essere amaro.

Punta: parte terminale dei giovani germogli che conferiscono note dorate al prodotto finale.

Soave: tè dal gusto piacevole e rotondo.

Spento: tè non limpido, non brillante.

Uniforme: tè i cui pezzi di foglia sono di dimensioni quasi uguali.

Verde: riferito ai tè neri, il colore verde acceso e qualità negativa, inconveniente dovuto ad uno scarso arrotolamento delle foglie o ad una fermentazione insufficiente.

Vivace: gusto corroborante di un tè ben fermentato ed essiccato.



(il glossario è tratto da" Tè- guida al tè di tutto il mondo", di Jane Pettigrew, IdeaLibri, 2000)




Continuando le analogie con il vino possiamo utilizzare un metodo di abbinamento, quasi scientifico, per l’abbinamento col cibo, il metodo Mercadini. Grazie a delle analogie riscontratesi tra i due prodotti è possibile applicare lo stesso metodo di abbinamento cibo-bevande con delle debite costituzioni di parametri analoghi. Possiamo ritrovare ad esempio l’acidità in ambedue i prodotti come pure la tannicità, la morbidezza e la persistenza degli aromi. Ovviamente trattandosi di due bevande differenti non troveremo alcune caratteristiche proprie come l’effervescenza del vino o l’alcolicità.

Mentre il metodo Mercadini assicura una particolare efficacia nell’abbinamento analizzato, applicandolo al tè si troveranno delle difficoltà maggiori come prima spiegate (tempo di infusione, tipologia d’acqua utilizzata, calore dell’acqua durante l’infusione e quantità di prodotto utilizzato) e verrà accentuato dal gusto soggettivo dovuto all’utilizzo di dolcificanti (come zuccheri o mieli), latticini (come la panna o il latte), acidulanti (come il limone)e frutta fresca (come pesce, lamponi, e frutti rossi).


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aprile 06, 2010

DANTE (quarta lezione, audio 22 e 24)

De Vulgari Eloquentia
Il pane degli angeli, che è naturalmente il pane della scienza. In questo stesso capitolo dà anche il disegno mentale: "La vivanda di questo convivio sarà di quattordici maniere ordinata, cioè quattordici canzoni sì d'amor come di vertù materiate, le quali sanza lo presente pane aveano d'alcuna oscuritade ombra, sì che a molti loro bellezza più che loro bontade era in grado"; innanzitutto sappiamo da questa frase di Dante che il disegno generale del Convivio era di proporre un commento a 14 canzoni, in realtà le canzoni del Convivio sono solo 3. Sappiamo anche il titolo, ma sappiamo anche un'altra cosa, quando lui fa questa riserva e cioè che le sue canzoni possono avere "alcuna oscuritate", alcuna ombra; alcune canzoni del Convivio circolavano prima che lui componesse l'opera stessa; egli inserisce, preleva, come già successe per la Vita Nuova, dalla sua produzione 3 canzoni che arricchite di questo commento vengono ad acquistare, vengono ricoperte di un tessuto filosofico, dottrinario, morale che nella loro veste originaria non possedevano. Anche per il Convivio si dà lo stesso caso della Vita Nuova: Dante, dalla sua produzione lirica, estrae 3 canzoni e attraverso il commento, così come aveva fatto nella Vita Nuova attribuisce loro dei significati che originariamente queste canzoni assolutamente non avevano. La figura della donna gentile viene interpretata nel Convivio da Dante come Filosofia, sulla scorta dell'opera di Boezio "De consolatione philosophiae". E' una reinterpretazione a posteriori, c'è questo sovraccarico di senso che Dante conferisce inserendole grazie a questo commento di tipo scolostico-filosofico-dottrinario che sono le prose del Convivio. L'accenno, la differenza che lui pone rispetto alla Vita Nuova: "E se ne la presente opera, la quale è Convivio nominata e vo' che sia, più virilmente si trattasse che ne la Vita Nuova, non intendo però a quella in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare per questa quella; veggendo sì come ragionevolmente quella fervida e passionata, questa temperata e virile esser conviene"; ecco che questo confronto, questa differenza che Dante pone tra la Vita Nuova, qui espressamente richiamata, e il Convivio; la Vita Nuova è un'opera "fervida e passionata" (è comunque opera giovanile di Dante) e questa "temperata e virile", irrobustita, non solo per ragioni anagrafiche, poiché Dante naturalmente è più anziano; fra l'altro, basta leggere il primo verso della Commedia, l'età dell'uomo in età medievale erano scandite da alcune date: "Nel mezzo del cammin di nostra vita", ovvero nel pieno della maturità del'uomo, ovvero 35 anni; l'epoca giovanile si colloca sui 25 anni, non a caso la Vita Nuova viene collocata (ma è un artificio narrativo, una finzione) nel 1290 quando per l'appunto Dante aveva 25 anni, la piena maturità veniva collocata ai 45 anni. Sia pure in chiave totalmente simbolica e cristologica, ma comunque la Vita Nuova è il racconto di una grande esperienza d'amore che diventa una grande esperienza di crescita anche spirituale. Questa invece è densa, è fitta di dottrina, di scienza, di filosofia, di logica scolastica e di teologia. Il Convivio, in questi primissimi capitoli ha una delle pagine più belle di Dante sul tema dell'esilio, del suo esilio; di questo abbiamo anche conferma nella scarsità di precisi dati documentali del fatto che quest'opera, come nel caso del De Vulgari, sia stato scritto nell'esilio. Tema dell'esilio non soltanto l'importanza ai fini della figura della Commedia, ma anche di tutta l'esperienza culturale, della maturazione politica di Dante; nauralmente conosce, questo tema dell'esilio, conosce uno sviluppo narrativo e poetico. Il tema dell'esilio è una delle grandi arcate, dei grandi temi che percorrono dall'Inferno al Paradiso la Commedia. L'apostrofe così patetica quando parla del suo esilio da Firenze: "Ahi, piaciuto fosse al dispensatore de l'universo che la cagione de la mia scusa mai non fosse stata!": aveva detto subito prima che la durezza di questa sua opera è anche causata dalla sua condizione esistenziale di povertà e di pena; "chè nè altri contra me avria fallato, nè io sofferto avria pena ingiustamente, pena, dico, d'essilio e di povertate": ogni volta che lui parla del suo esilio è anche qua assume questi toni altissimi e dolenti come di rimpianto incancellabile per quello che ha lasciato, ma accompagna questa tonalità così patetica, così dolente, con la sottolineatura che il suo esilio è stato assolutamente ingiusto. E lo si vedrà meglio nel "Canto dei Barattieri" (canto XXI). Esilio e di povertà: "Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza", ovviamente qui i superlativi vanno intesi in senso antifrastico, sono sarcastici; "di gittarmi fuori del suo dolce seno": immagine che riprende anche in Paradiso XXV, questa madre che getta fuori dal seno, che allontana, il bambino; "nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia": il mezzo della vita, cioè quando Dante viene raggiunto dalla condanna dell'esilio nel 1302; "e nel quale, con buona pace di quella (Firenze), desidero con tutto lo cuore di riposare l'animo stancato e terminare lo tempo che m'è dato - (insopprimibile rimpianto, nostalgia insopprimibile, al di là dei toni così sarcastici, polemici, che usa qui, nel De Vulgari, quando parla della condanna ingiusta e della pena all'esilio che gli otcca patire; anche se con un sarcasmo acceso, questa invettiva contro Firenze e i suoi cittadini, che accompagna questo rimpianto che sgorga dalla mente e dall'anima, questo desiderio di ritornare a Firenze e di riposare l'animo stanco e provato) per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata": l'immagine di Dante peregrino, mendico, che dice in questo passo del Convivio che è andato quasi in tutta Italia, dove la lingua volgare si usa; è andato in tutte queste città, regioni d'Italia, peregrino, lontano dalla patria quasi mendicando, mostrando contro sua voglia la piaga della fortuna, la colpa di cui una persona patisce ingiustamente molte volte viene rivoltata, diventa la colpa di cui gli viene fatto carico. La pagina prosegue con questa immagine della povertà; naturalmente gli erano stati confiscati tutti i beni a Firenze per cui lui vive grazie al magnanimità delle corti, dei signori che lo ospitano; la condanna tra l'altro si estende, oltre che a Dante, anche ai suoi figli maschi: "Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo": di nuovo l'immagine della nave (ricordiamo il Purgatorio VI, L'invettiva all'Italia, "Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!"), "portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade": la povertà ingiusta, la povertà a cui si è condannati non per scelta, ad esempio San Francesco, è un marchio d'infamia, non è una qualità, non è una virtù; lo è se viene scelta, come fa San Francesco appunto, ma quando viene imposta, come a Dante, ingiustamente diventa un'onta; "e sono apparito a li occhi a molti che forsechè per alcuna fama in altra forma m'aveano imaginato, nel conspetto de' quali non solamente mia persona invilio, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta, come quella che fosse a fare": Dante dice che addiritura che questa onta che gli è stata provocata, che non si è scelto, ha fatto sì che non solamente la sua persona fosse ritenuta più vile, meno alta, meno prestigiosa agli occhi di molti, in quanto povero, ma sopratutto accanto alla sua persona e soprattutto alla sua opera che potrebbe avuto dei danni, essere stata macchiata da questa sua condizionde di povertà, sia quella già scritta che quella da scrivere. E' una sorta di trama di lamentazione che percorre l'opera Dantesca nel tempo dell'esilio e che affrontano uno dei più famosi squarci della Commedia, tema dell'esilio che è anche presente nel De vulgari Eloquentia. Nel terzo capitolo del primo libro parla del fatto che nel mondo ci sia una quantità enorme di lingue e quantità, varietà, di lingue che sembrano un paradosso, una contraddizione, rispetto quanto si racconta in Genesi, cioè alla creazione dell'uomo e al fatto che Dio concede al primo uomo, ad Adamo, il linguaggio. Il problema, che poi svilupperà, del perché dall'unità si è passati a questa molteplicità. E quindi la sua dichiarazione di voler risalire al primo uomo, ma sta di fatto che Dante ne è consapevolissimo: ci sono molte varietà di lingue e ad ogni parlante la sua lingua sembra la più bella: "Per questo e per molti altri aspetti Pietramala è una città grandissima ed è patria della maggior parte dei figli di Adamo" (questa frase va intesa in senso fortemente ironico e sarcastico. Intanto Pietramala non si sa bene cosa sia, pare che sia un piccolo villaggio sugli Appennini nel tratto tra Firenze e Bologna). "Infatti chiunque ragioni in modo così distorto da credere che il luogo della sua nascita sia il più delizioso che esiste sotto il sole, costui, più di ogni altra lingua apprezza il proprio volgare, cioè la propria lingua materna; per conseguenza crede che quello stesso volgare sia stato quello di Adamo (ecco che qui Dante ci ha spiegato appunto quello che, tra l'altro, un sentimento di tutti: che la propria lingua sia sentita da moltissimi come la lingua più bella in assoluto, e non solo pensa che sia la più bella, ma addirittura che sia la lingua perfetta, e quindi la lingua di Adamo). "Quanto a me la mia patria è il mondo ("Nos autem, cui mundus est patria velut piscibus equor") così come per i pesci l'acqua, il mare, ho bevuto l'acqua dell'Arno prima di mettere i denti e amo Firenze al punto da patire ingiustamete l'esilio proprio perché l'ho amata"; c'è sempre questa delucidazione sull'ingiustizia dell'esilio: "Florentiam adeo diligamus ut, quia dileximus, exilium patiamur iniuste", e tuttavia, nonostante ciò, appoggerò la bilancia del mio giudizio alla ragione piuttosto che al sentimento; è consapevole del fatto che questo amore per Firenze è un amore che non viene mai meno che la lontananza accresce nel tempo. Questo amore per la sua città , e anche per la lingua della sua città, potrebbe, dice Dante, alterare, adulterare, la limpidezza del suo giudizio. "Del mio piacere per l'appagamento dei miei sensi non esiste sulla Terra luogo più bello di Firenze": ecco qua, di nuovo, questa dichiarazione, questa confessione; ciò non gli impedisce di usare lo strumento della ragione e di cercare di condurre un ragionamento più asettico, meno appassionato, e di non essere così pregiudizialmente contrario alla disamina oggettiva degli altri volgari. Al punto che questa sua oggettività gli fa dire che esistono "tuttavia a leggere e a rileggere i volumi dei poeti e degli altri scrittori nei quali è descritto il mondo nell'insieme e nelle sue parti, e dal riflettere in me stesso sulle varie posizioni delle varie località del mondo e sulla disposizione loro rispetto ai due poli e al circolo dell'equatore ho tratto questa ferma convinzione: esistono molte regioni e città più utili e più gradevoli della Toscana e di Firenze di cui sono nativo e cittadino; "ci sono svariati popoli e genti che hanno una lingua più bella e più utile di quella dell'italiano". Questa professione di onestà intellettuale, anche se è una professione da prendere con le pinze, perché in realtà la lingua del sì, per Dante, e lo dice anche nel De Vulgari, è certamente il volgare, cioè l'italiano. Il tema dell'esilio, con questa sottolineatura, con questo ribadire sempre, in tutti i punti la ingiustizia della sua condanna e che si avvia col VI dell'Inferno (Ciacco) che non predice direttamente a lui (Dante) l'esilio, ma predice la cacciata dei bianchi da Firenze e la vittoria dei neri. E' implicitamente una profezia che interessa anche Dante, ma non dice che solo lui, non enfatizza, andrà in esilio; predice la cacciata, peraltro già avvenuta, dei bianchi e delle lotte a Firenze tra bianchi e neri; il tema dell'esilio è una delle grandi costanti della Commedia e si arriva ai due punti, i culmini: uno è il canto di Cacciaguida nel quale il suo trisavolo, il suo antenato, non solo gli predice l'esilio, ma anche gli elenca le città e i signori che gli offriranno asilo; siamo al Paradiso XVII, 46-99, è la più ampia digressione, squarcio, dell'esilio che si ha, tra l'altro è articolato in due parti: nella prima si racconta dell'esilio di Dante e delle tappe che poi lui toccherà in questo suo andare, come aveva detto nel Convivio, "peregrino, quasi mendicando"; nella seconda parte del canto di Cacciaguida, attraverso le parole del trisavolo viene manifestata, proclamata, la fama e la grandezza dell'opera dantesca: "Qual si partio Ipolito d'Atene per la spietata e perfida noverca, tal di Fiorenza partir ti convene". La noverca è la matrigna. Questa perfida noverca di Ipolito d'Atene è Fedra. Innamorata del figlio di suo marito, il suo figliastro il quale fugge dalla città, e essendo naturalmente respinta, lo accusa di questa violenza con una lettera che scrive prima di suicidarsi. Gli aggettivi vanno letti controluce con Firenze e con l'ingiustizia patita "la spietata e perfida". "Questo si vuole e questo già si cerca, e tosto verrà fatto a chi ciò pensa là dove Cristo tutto dì si merca": MERCA vuol dire barattare, vendere per denaro, mercanteggiare. Qui c'è l'allusione al papa, a Roma, alla curia romana, a Bonifacio VIII sempre accusato da Dante di fare commercio delle cose sacre, quindi ecco dove Cristo viene tutto il giorno venduto. "La colpa seguirà la parte offensa in grido, come suol; ma la vendetta fia testimonio al ver che la dispensa: come sempre avviene la responsabilità, lo diceva anche nel Convivio, sarà addossata alla vittima nella opio comunis; la giusta punizione divina sarà testimonianza della verità. "Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che l'arco de lo essilio pria saetta": il ricorso a questo lessico dell'amore, dell'affetto; l'abbandono per le cose care e poi la povertà che già diceva nel Convivio. "Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale": andare peregrino quasi mendicando, COME SA DI SALE LO PANE ALTRUI è diventata un'espressione proverbiale, una delle tante che sono entrate nel parlar comune; E COME E' DURO CALLE come dura strada, cammino. Essere ospite, dipendere dalla generosità degli altri. "E quel che più ti graverà le spalle, sarà la compagnia malvagia e scempia con la qual tu cadrai in questa valle": nel primo periodo, subito dopo l'esilio, Dante si allea, si unisce, agli altri bianchi fuorisciuti, condannati, come lui e ad alcuni ghibellini e per un certo periodo politicamente e anche da un punto di vista militare cerca di organizzare una manovra per sconfiggere i neri e ritornare a Firenze. Senonché questa compagnia, questa alleanza, si rivela, come dice appunto Cacciaguida, "malvagia e scempia", quindi un tentativo andato a vuoto. "che tutta ingrata, tutta matta ed empia si farà contr' a te; ma, poco appresso, ella, non tu, n'avrà rossa la tempia": questi primi alleati si rivolteranno tutti contro Dante, ma poco dopo questo comportamento ricadrà ad onta non sua ma di questa matta ed empia compagnia; probabilmente Dante allude, in questo episodio, alla battaglia della Lastra (Ultimo tentativo con cui i fuoriusciti Bianchi e i Ghibellini fiorentini, con l'aiuto delle forze bolognesi, romagnole, pisane e pistoiesi, il 20 luglio 1304 cercarono di rientrare in città. Essi furono però sconfitti dai Neri che inflissero loro gravi perdite. A tale tentativo non partecipò tuttavia Dante, che già da tempo si era distaccato dai compagni d'esilio, come sottolinea Cacciaguida in Par. XVII, 61-69). "Di sua bestialitate il suo processo farà la prova; sì ch'a te fia bello averti fatta parte per te stesso": per fortuna l'hai abbandonata perché questa compagnia così folle, empia, insensata avrà quello che giustamente si merita. Inizia quindi l'elenco dei rifugi: "Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello sarà la cortesia del gran Lombardo che 'n su la scala porta il santo uccello": è Bartolomeo Della Scala, soggiorno veronese, che tra l'altro non è il primo ostello di Dante, in questo elogio, in questa celebrazione dei signori che l'hanno ospitato con più benificenza, con più onore, Dante ricorra ancora ad un lessico feudale; lo stemma di Bartolomeo porta l'aquila. "ch'in te avrà sì benigno riguardo, che del fare e del chieder, tra voi due, fia primo quel che tra li altri è più tardo": l'elogio a Bartolomeo Della Scala la cui generosità , magnanimità, è tale che precede, previene, dà prima che gli sia chiesto. "Con lui vedrai colui che 'mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte, che notabili fier l'opere sue": qui incontrerai ancora giovinetto Cangrande della Scala, il quale nascendo, e segnato favorevolmente dalle stelle, grazie a una felice congiunzione astrologica, in particolare da Marte, da far sì che le sue opere, le sue imprese, siano notabili. "Non se ne son le genti ancora accorte per la novella età, ché pur nove anni son queste rote intorno di lui torte" : bisogna ricordare che le profezie son fatte ex post e anche che il viaggio di Dante è collocato nel 1300 per cui i riferimenti cronologici vanno riportati al momento in cui date colloca la sua opera. Cangrande Della Scala è colui al quale Dante dedica proprio la cantica del Paradiso. "ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni, parran faville de la sua virtute in non curar d'argento né d'affanni": la magnanimità è resa con il disprezzo del denaro, con la grande generosità. Infatti dice il GUASCO (il papa) incoraggia (e poi tradisce) Arrigo VI, nel 1312, di scegliere l'Italia; argento è un francesismo, cioè denaro. Le sue magnificenze, sprezzante e delle ricchezze e delle fatiche.
"Le sue magnificenze conosciute saranno ancora, sì che ' suoi nemici non ne potran tener le lingue mute. A lui t'aspetta e a' suoi benefici; per lui fia trasmutata molta gente, cambiando condizion ricchi e mendici; e portera'ne scritto ne la mente di lui, e nol dirai»; e disse cose incredibili a quei che fier presente": dice Dante che neppure i suoi nemici potranno tacere, potranno passare sotto silenzio, le sue magnificenze; insomma un elogio di questa grande magnificenza di Cangrande Della Scala, che esercita la giustizia in modo tale da cambiare la sorte, affidati a lui e ai suoi benifici i ricchi li farà poveri e i poveri ricchi. E' il Vangelo di Luca, I capitolo, versetti 52-53, due del Magnificat "Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles" ("ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi"). In queste profezie c'è una parte che non viene dichiarata, non viene detta, e disse (il soggetto è Cacciaguida) cose incredibili a queste che saranno presenti. L'ultimo racconto, quello più disteso, che si ha dell'esilio di Dante e molte altre profezie sono fatte, disseminate, lungo tutta la Commedia, l'ultimo momento di altissima dichiarazione della sua realtà di esule, di pellegrino, che desidera soltanto tornare nella sua città è in Paradiso XXV, le prime terzine, dove però la lamentazione dell'esilio ingiustamente patito si accompagna ad una ormai raggiunta consapevolezza della grandezza e dell'altezza della sua opera, infatti è qua che lui parla di "poema sacro". "Se mai continga che 'l poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra, sì che m'ha fatto per molti anni macro": nel duplice senso MACRO, sia per le notti, le vigilie, le fatiche che costa l'opera poetica, sia come POVERO, perché pellegrino. "vinca la crudeltà che fuor mi serra del bello ovile ov' io dormi' agnello, nimico ai lupi che li danno guerra con altra voce omai, con altro vello ritornerò poeta, e in sul fonte del mio battesmo prenderò 'l cappello": sarò incoronato, riceverò la corona di poeta; anche qui questo tono così patetico con, comunque, di nuovo la molto esplicita e molto chiara ingiustizia da lui patita. I lupi sono i suoi nemici. Questo è l'ultimo sigillo prima di avviarsi alla parte terminale del Paradiso, la più alta autoconsacrazione che Dante fa della sua poetica. Questo per quanto riguarda la centralità multipla del tema dell'esilio sia da un punto di vista di esperienza, di crescita, di maturità anche linguistica sia anche come motivo, tema, che detta Dante tra le sue pagine o tra i suoi versi.
La composizione del De Vulgari è sicuramente posteriore al Convivio, poiché è annunciata nel Convivio; quanto alla datazione è molto ragionevole suppore che Dante abbia scritto i primi 3 trattati del Convivio dopo il 1303, e nel lasso di tempo 1304-05, prima di riprendere il Convivio e scrivere il quarto trattato, quello che è il commento alle "Dolci rime d'amor che io solia", abbia scritto il De Vulgari Eloquentia; questa è l'ipotesi oggi più accreditato. Quest'opera è annunciata nel Convivio, in forma meno vigorosa, meno energica, di come farà nel De Vulgari, ma già un principio teorico fondamentale si affaccia con grande chiarezza: le lingue mutano. Questa della mutabilità delle lingue è uno dei nodi teorici sostenuto da Dante e una dei più grandi debiti che abbiamo con lui, è stato il primo a sostenere, cosa assolutamente certa, la mutevolezza della lingua. Convivio, primo trattato, capitolo 5°, versi 8-9: "Onde vedemo ne le scritture antiche de le comedie e tragedie latine, che non si possono transmutare, quello medesimo che oggi avemo; che non avviene del volgare, lo quale a piacimento artificiato si transmuta. 9. Onde vedemo ne le cittadi d'Italia, se bene volemo agguardare, da cinquanta anni in qua molti vocabuli essere spenti e nati e variati": fa un'osservazione acutissima, nello spazio di una o due generazione ci sono molti vocaboli che nascono e muoiono oppure cambiano. Verso 9: "onde se 'l picciol tempo così transmuta, molto più transmuta lo maggiore": questa è la ragione per la quale non è possibile capire, tradurre, le scritture antiche e le commedie, perché ormai sono lingue che non possono, poiché troppo modificate, essere capite. "Sì ch'io dico, che se coloro che partiron d'esta vita già sono mille anni tornassero a le loro cittadi, crederebbero la loro cittade essere occupata da gente strana, per la lingua da loro discordante": se in 50 anni la lingua muta, figuriamoci in mille anni, tanto che se in qualche morto mille anni prima ritornasse nelle nostre città sentirebbe una lingua incomprensibile, una lingua assolutamente strana. E proprio qui parla, annuncia l'opera: "Di questo si parlerà altrove più compiutamente in uno libello ch'io intendo di fare, Dio concedente, di Volgare Eloquenza": ecco l'annuncio e il titolo dell'opera tutta dedicata a questioni di lingua e di eloquenza volgare. Anche quest'opera, anzi molto più del Convivio, mostra questa sorta di ferita; perché nel Convivio per lo meno, pur in un primo tempo ideato in 14 libri, ne trasmette 4 completi; non così il De Vulgari il quale, progettato, ideato secondo alcuni spunti che si ricavano all'interno del testo, in 4 libri, viene però interrotto bruscamente proprio a metà di una frase, neppure alla fine di un capitolo, a metà di una frase, alla metà del 14° capitolo del libro II. Non finisce neanche il periodo: "et alia decenti prolixitate passim veniant ad extremum ..." e qui sono le ultime parole e il testo si interrompe. Si interrompe il De Vulgari come il Convivio, non si sa bene la ragione di un'interruzione così brutale, certamente tutte le altre opere sono lasciate incompiute perchè si accinge, a partire dal versetto 6, a comporre la Commedia. Ci sono documentazioni: Boccaccio lo conosce ad esempio, ma quella del De Vulgari è una storia molto particolare poiché i contemporanei lo conosco, poi cade totalmente nell'oblio, viene recuperato con una vicenda abbastanza avventurosa, quasi rocambolesca nel '500, ma viene recuperato da Trissino che lo traduce e lo fa conoscere ai vari intellettuali. La traduzione del De Vulgari diventa strumento privilegiato nelle discussioni linguistiche primocinquecentesche.

(Ricordo sempre che sono solo APPUNTI, sbobinando dei file audio delle lezioni: mi scuso in anticipo per errori o per parti prive di significato)

aprile 05, 2010